Senza mobilità del lavoro non c’è Unione (europea)

La produttività in Europa varia sensibilmente tra i diversi paesi, creando differenze di benessere. Per compensare le asimmetrie servirebbe maggiore mobilità del lavoro

Pochi giorni fa l’Istat ha rilasciato un documento sulle misure di produttività negli anni 1995-2020, in cui segnala una crescita della produttività del lavoro in Italia dell’1,3% rispetto all’anno precedente.

Il dato sul 2020 è migliore rispetto a quello di tanti paesi europei, ma risente di un calo delle ore lavorate maggiore di quello del valore aggiunto, per effetto delle misure di cassa integrazione straordinarie. È quindi un dato “sporco”. Se guardiamo invece il periodo 1995-2020, la produttività del lavoro in Italia è aumentata ogni anno in media dello 0,4%, contro il +1,2% della Francia e il +1,3% della Germania.

Al di là delle considerazioni sulla bassa crescita della produttività in Italia, lo spunto di questo dato è utile per riportare l’attenzione su un problema importante nel processo di unificazione europea. L’unione monetaria – che ha portato all’adozione dell’euro in molti paesi – non è completa in presenza di rigidità e segmentazioni nel mercato del lavoro, che ne riducono la mobilità tra paesi.

L’idea è molto semplice: le retribuzioni sono legate alla produttività. Il salario corrisposto ai lavoratori, per mantenere l’efficienza, deve essere uguale al valore della produttività (marginale) del lavoro. Se un lavoratore produce 10 bulloni in un’ora, e il prezzo di un bullone è di 1 euro, il salario dovrebbe essere pari a 10 euro. È uno schema molto semplificato, ma serve per capire perché le retribuzioni sono legate alla produttività (un’impresa non può pagare l’ora di lavoro più del valore della produzione generata).

Ora, cosa c’entra questo con il processo di unificazione europea? Per capirlo prendiamo in considerazione gli Stati Uniti, dove abbiamo due condizioni:

(1) unione monetaria (il dollaro);

(2) un singolo mercato del lavoro, molto flessibile, ed elevata mobilità.

La seconda condizione manca in Europa. Negli Stati Uniti, nelle diverse aree del paese, il valore della produttività del lavoro è diversa, e di conseguenza le retribuzioni. I lavoratori, vedendo retribuzioni maggiori in altre aree del paese si spostano, attratti da condizioni salariali migliori. Questo spostamento è molto simile a quello che avviene da diversi anni in Italia da Sud a Nord per i laureati. Sono attratti dalle migliori opportunità di lavoro – connesse alle retribuzioni – rispetto al Sud, un fenomeno di brain drain che penalizza le regioni meridionali.

Lo spostamento all’interno degli Stati Uniti aumenta l’offerta di lavoro nelle aree a maggiore produttività, e questo porta nel tempo a un riequilibrio delle retribuzioni.

In Europa, prima dell’euro, un meccanismo di riequilibrio era il tasso di cambio. Con la moneta unica questo non è più possibile. In aggiunta, diversamente da quanto avviene in Italia da Sud a Nord, la mobilità del lavoro intra-europea è molto limitata.

Il fenomeno della diversa distribuzione del rapporto tra produttività del lavoro e retribuzioni è ben illustrato dalla Figura 1.

Figura 1. Fonte: elaborazioni su dati Eurostat

Sull’asse verticale abbiamo il valore aggiunto in euro generato nel 2018 da un’ora di lavoro, in diversi paesi europei. Sull’asse orizzontale il valore mediano (quindi il valore che corrisponde al 50% della distribuzione) dei guadagni orari. È evidente la tendenza: dove cresce la produttività del lavoro crescono anche le retribuzioni. Danimarca, Irlanda, Paesi Bassi, Belgio, Germania, hanno retribuzioni più alte per effetto di una maggiore produttività del lavoro. L’Italia è in mezzo.

Questo genera un’asimmetria all’interno dell’Unione Europea, un maggiore benessere nei paesi dove le retribuzioni sono più elevate. Nello stesso tempo, la bassa mobilità del lavoro non consente il riequilibrio. Non si determina, quindi, unione economica all’interno dell’Europa, che rappresenta invece un auspicio alla base dell’idea di un’Europa unita: stesse condizioni di vita nelle diverse aree d’Europa.

Un segmento del mercato del lavoro dove la mobilità in Europa è invece elevata è quello delle persone a maggiore capitale umano: laureati, executives eccetera. Molti giovani laureati italiani lavorano nei paesi nord europei, dove sono migliori le retribuzioni e le opportunità di lavoro. Per loro, lingua e conoscenze tecnologiche, capacità di adattamento a ambienti culturali diversi, sono un problema minore (molti hanno vissuto un’importante esperienza formativa in tal senso, il periodo Erasmus, una delle più riuscite iniziative dell’Unione europea).

Il Pnrr è occasione fondamentale per aumentare la mobilità del lavoro europea, eliminando almeno gli ostacoli normativi (per quelli culturali occorrerà più tempo), come ad esempio il riconoscimento dei titoli di studio, le asimmetrie nelle tutele dei lavoratoti, nelle assicurazioni sanitarie, e avviare un vero processo di armonizzazione fiscale.

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