Società all’altezza della tua anima

- Giorgio Vittadini

Si può anche immaginare un Paese migliore, con diversi cambiamenti e svolte, ma occorre che ci sia un elemento fondamentale, quello soggettivo

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(LaPresse)

La diffusione del virus in Italia è più contenuta rispetto agli altri Paesi europei. Il numero dei vaccinati ci colloca tra i primi. Mercoledì l’Ocse ha certificato che il Pil italiano cresce più della media europea e più di quella mondiale.

Abbiamo imparato a non rinunciare alla vita sociale e lo facciamo, tutto sommato, in modo responsabile, anche le manifestazioni di dissenso sono più ordinate. Stato e regioni sono tornate a collaborare. Una settimana fa la Colletta del Banco Alimentare ha coinvolto milioni di persone, che hanno donato qualcosa, aiutate da 140.000 volontari.

La domanda che timidamente nasce è: stiamo diventando un Paese migliore? L’Italia si sta avviando lungo una strada che la porterà (di nuovo) a essere un luogo attrattivo, in cui è bello vivere, in cui trovare opportunità inedite per realizzare la vita di chi vi abita e magari per offrirne anche ad altri?

Si potrebbe intraprendere una lunga analisi per capire quali fattori renderebbero un sistema migliore. Ad esempio, la crescita del tasso di occupazione e della quota di lavori gratificanti, dignitosi e ben retribuiti; una Pubblica amministrazione più efficiente e una tassazione più equa; un livello di istruzione più capillare e qualificato; un’offerta di servizi di welfare più personalizzato, oltre che di qualità.

Si potrebbe allungare di molto l’elenco dei problemi di contesto e analizzarli anche più nel dettaglio. Mancherebbe però un elemento fondamentale, quello soggettivo, per stabilire che ci si sta avviando verso una svolta.

Prendiamo ad esempio il caso delle “grandi dimissioni”, la rinuncia del posto di lavoro a tempo indeterminato a cui stiamo assistendo da un anno circa a questa parte. Un fenomeno che riguarda in Italia, tra aprile e giugno di quest’anno, 484.000 persone, una tendenza che la pandemia ha solo acuito ma che era già avviato e che in molti considerano connessa a una domanda più profonda sul senso e sulla qualità della propria vita e del proprio tempo.

È stato chiamato “capitale semantico”, la capacità di dare significato e senso a ciò che ci circonda. Dipende dalle circostanze che si vivono, ma anche, in gran parte, dal senso che coltiviamo di ciò che viviamo.

Il sociologo e scrittore belga Léo Moulin, parlando della convivenza tra monaci in un convento medioevale, persone estremamente diverse, scrive: “Questa realtà, fatta di gente così costruita, questa realtà può essere il luogo di una umanità nuova. Il problema sei tu, come guardi e come vedi, come ami le persone, come perdoni e qual è lo sguardo di stima e di ammirazione con cui guardi tutto ciò che si muove lì dentro. Sei tu, è l’altezza della tua anima, è l’altezza e la profondità, la magnanimità e la larghezza della tua anima”.

Ma come, questo livello individuale, può essere “intercettato” e messo a frutto nel collettivo?

La sociologa Martha Nussbaum si poneva la domanda “che cosa può fare ed essere una persona?” e su questo aveva osservato che il paradigma delle capacità cambia il ruolo del soggetto pubblico, imponendogli di impostare le politiche sulla creazione di strumenti che abilitino e valorizzino la crescita delle abilità personali.

Secondo la Nussbaum, una società democratica è il luogo in cui i diritti fondamentali sono rappresentati come un insieme di capacità, o possibilità di operare.

Timothy Radcliffe in “Accendere l’immaginazione. Essere vivi in Dio” collega la coscienza personale e relazionale alla costruzione sociale.

Racconta: “Alla Saint John’s University del Minnesota, ho avuto modo di ascoltare la conferenza di un commentatore politico che collegava la polarizzazione radicale della politica americana al crollo delle amicizie tra esponenti dei due partiti. Il relatore spiegò come, alcuni decenni fa, i parlamentari del Congresso risiedessero a Washington per periodi continuativi di alcuni mesi: democratici e repubblicani potevano così conoscersi tra loro. I loro figli frequentavano le stesse scuole, s’incontravano in chiesa e alle feste, nascevano amicizie che consentivano di capire e rispettare gli avversari e quindi di pervenire ai necessari compromessi. Oggi i politici prendono l’aereo per votare in Senato o alla Camera dei Rappresentanti, e si precipitano subito dopo a casa. Redigono i loro discorsi avendo in mente soltanto i sostenitori locali. Non c’è tempo per le amicizie con gli avversari e così riesce impossibile ogni soluzione di compromesso. E gli Stati Uniti tendono a diventare ingovernabili”.

Oggi il cambiamento personale, sociale, politico sta nella riscoperta di queste capacità della persona, del confronto franco e della vera amicizia persino in politica.

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