Parlarsi da cuore a cuore

- Giovanna Parravicini

La storia sta favorendo un tempo nuovo, anche e soprattutto per il dialogo tra le fedi. Un tempo di incontri, in cui ci si parla da cuore a cuore

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LaPresse

Nella storia talvolta avviene così: sei in un mare in bonaccia, sembra che non si levi un filo di vento, tutto ristagna, immobile. E d’un tratto tutto si mette in moto, un’ondata ti solleva e ti trovi trasportato molto più in là, scorgi all’improvviso nuovi orizzonti che non ti saresti aspettato.

È la sensazione che stiamo vivendo in questi giorni, dal nostro osservatorio moscovita: fino a qualche settimana fa, ormai in prossimità del quinto anniversario dell’incontro svoltosi a Cuba il 12 febbraio 2016 tra papa Francesco e il patriarca ortodosso russo Kirill, chiedere quali frutti avesse apportato sembrava una domanda retorica, di circostanza. In effetti, in questi cinque anni non si sono fatti passi ufficiali di avvicinamento tra le due Chiese e, viceversa, si sono approfonditi conflitti e lacerazioni all’interno dell’Ortodossia.

Ma è bastato mettersi attorno a un tavolo, al Centro culturale “Biblioteca dello spirito”, e cominciare a parlarne insieme ai nostri interlocutori ortodossi, per capire che “guardarsi in faccia”, realmente, “parlarsi da cuore a cuore” – così si legge nella Dichiarazione congiunta dell’Avana – implica sempre una Presenza più grande, un divino nascosto, che genera stupore e, quindi, reale fraternità, come ha sottolineato mons. Pezzi, arcivescovo cattolico a Mosca. Pur con tutte le divergenze esistenti, le esitazioni e i complessi che ciascuno si porta addosso, non possiamo stancarci di desiderare con sincerità un incontro che viene prima anche del consenso raggiunto sulle verità di fede o sulle concezioni culturali: un incontro che nasce dallo stupore per questa Presenza e consente di iniziare fiduciosamente un cammino che nessuno prospetta facile o breve.

Pochi giorni dopo, la stessa dinamica si è imposta in un incontro pubblico con alcuni esponenti del mondo protestante russo, in occasione della presentazione del volume di Andrej Rezničenko, giornalista della Tass, che mostra il contributo sostanziale dei due milioni di protestanti giunti tra il XVI e il XIX secolo in Russia al volto assunto dal paese nel corso dei secoli. È stato un dialogo non sempre facile, perché pesa la diversa percezione della memoria storica e dell’identità dell’altro, talvolta difficile da accettare senza arroccarsi su posizioni di difesa; ma nel contempo, se si è onesti e sinceri, non si può non riconoscere che nell’alterità, pur nelle dolorose ferite del passato e nelle incomprensioni del presente, è insita una possibilità di arricchimento e maturazione anche per sé.

E, da ultimo, per una strana coincidenza temporale quasi in concomitanza con il viaggio del papa in Iraq, il prossimo 3 marzo avrà luogo un incontro pubblico di presentazione dell’Enciclica Fratelli tutti, tradotta e pubblicata in russo dai musulmani (la casa editrice Medina in collaborazione con l’International Muslim Forum). Un gesto quasi incredibile (così l’abbiamo recepito qualche mese fa imbattendoci nella pubblicazione, uscita la vigilia di Natale); un gesto che nasce dalla gratitudine per la stima e la fratellanza con i musulmani espresse dal papa durante il viaggio negli Emirati Arabi (febbraio 2019); un gesto di incredibile rilievo perché, come ha sottolineato ancora monsignor Pezzi in una lettera al segretario esecutivo dell’International Muslim Forum, Damir Hazrat Mukhetdinov, “consente non solo di rendere accessibile ai lettori musulmani i concetti espressi da papa Francesco, ma anche ai cattolici di vedersi attraverso gli occhi dei nostri interlocutori”. Un gesto che – auspica ancora l’arcivescovo – varrà a scuotere molti che, “purtroppo, credono che il dialogo interreligioso e interreligioso sia una formalità vuota che non porta frutti reali e non influisce sulla vita delle persone. Ma non è così: abbiamo molte prove di quanto sia importante una ‘cultura dell’incontro’, che può ravvivare la speranza e portare al rinnovamento”.

È sorprendente la consonanza di queste parole con alcune affermazioni di Mohammad Sammak, da anni co–presidente del Comitato libanese per il dialogo islamo–cristiano e segretario generale dello Spiritual Islam Summit, punto di riferimento del Comitato per la fratellanza umana costituito ad Abu Dhabi dopo la firma del documento del 2019. Parlando del grande incontro interreligioso di Ur, la città natale di Abramo, che si svolgerà tra pochi giorni, il leader musulmano ha il coraggio di definire le “diversità come ricchezze comuni”. “Papa Francesco realizza il grande desiderio di Giovanni Paolo II – osserva – e certamente porta un messaggio di fratellanza per l’Iraq, ma non solo per l’Iraq: il messaggio che verrà lanciato da Ur ci riguarda tutti”. Rifacendosi al Documento di Abu Dhabi, secondo cui “il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”, Sammak riassume il messaggio di Abramo nelle parole: “Ebrei, cristiani, musulmani, i credenti della Torah, del Vangelo e del Corano sono un solo popolo”, e sottolinea: “Su questo tutti dovremo lavorare”.

L’unità fra i cristiani, l’unità fra i credenti, l’unità all’interno del consorzio umano può sembrare un lontano miraggio, a fronte del vortice di violenze e divisioni a cui assistiamo quotidianamente. Eppure, imparare a riconoscere la propria origine comune nella “Sapienza divina”, a “vedersi attraverso gli occhi dei nostri interlocutori”, a promuovere una “cultura dell’incontro”, in cui l’altro è sempre di più delle idee che professa o delle strategie con cui si pensa di affrontarlo, rappresenta realmente un gesto profetico, che ha già in sé una parte del compimento finale a cui l’umanità, consapevolmente o no, aspira.

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