Che cosa ci va a fare il Papa in Iraq?

- Federico Pichetto

Domani comincia la visita pastorale di Papa Francesco in Iraq. Un paese martoriato come i nostri cuori, bisognosi di salvezza

Papa Francesco Messe
Papa Francesco durante una S. Messa (LaPresse)

“Che cosa ci va a fare il Papa proprio adesso in Iraq?”. Non sono pochi gli interlocutori, sia tra le persone comuni che tra gli addetti ai lavori, che pongono questa domanda apprendendo del viaggio che porterà Francesco nella terra di Abramo dal 5 all’8 marzo in piena pandemia. Sarà la prima visita apostolica di un pontefice al paese più martoriato dalle tensioni degli ultimi decenni, dove una resiliente comunità cristiana è sopravvissuta non solo alle guerre, ma anche alle persecuzioni e alle violenze del califfato, una comunità che oggi cerca faticosamente un proprio posto in una società a maggioranza sciita e che vive da vicino le inquietudini e le domande sul futuro che attraversano decine di altre “chiese sorelle” del Medio oriente.

Baghdad, Erbil, Qaraqosh, Mosul, la piana di Ur, Najaf smetteranno così di essere solo nomi di sangue, legati ad attentati e stragi, entrati nostro malgrado nella memoria collettiva, per diventare mete di un pellegrinaggio che ha la cifra dell’annuncio di una fraternità fra le fedi che è il fondamento del mondo che verrà, non solo dopo il Covid e l’emergenza, ma già oggi nelle scelte strategiche degli Stati e delle vite dei singoli.

“Siamo tutti fratelli” recita il motto della visita di Bergoglio, non esiste un futuro senza connessione, dialogo, solidarietà: il papa annuncerà tutto questo nei fatti, visitando quella piana di Ur da dove proviene Abramo – chiamato nella Scrittura e nel Corano con il significativo appellativo di “amico di Dio” – e portando la propria stima ad Ali Al-Sistani, il grande ayatollah riconosciuto quale indiscussa autorità dalla comunità islamica della terra fra i due fiumi.

Eppure Francesco visiterà pure i luoghi degli attentati ai cristiani, i teatri delle stragi, gli scenari apocalittici che metterebbero paura a chiunque ma che, nell’idea del Vicario di Cristo, possono trasformarsi in monumenti alla pace, al riconoscimento reciproco e all’impegno civile per una società più giusta che riposa nella memoria di una storia comune e nel desiderio di una strada nuova.Le giornate saranno scandite da incontri, discorsi, parole, tutto nel massimo rispetto del protocollo sanitario, in omaggio a poche centinaia di persone che sono il lievito di una terra che ha bisogno anzitutto di essere amata e vissuta per poter essere cambiata.

Il trentatreesimo viaggio del papa argentino, alla vigilia dell’ottavo anniversario della sua elezione al soglio di Pietro, si configura così come un’icona attualizzata del trentaduesimo capitolo del libro del profeta Geremia, quando il profeta – con l’esercito babilonese alle porte della città – acquista un campo, fidandosi più della Parola di Dio che delle azioni degli uomini. Ecco: nell’epoca dei luoghi comuni e delle manovre di piccolo cabotaggio, Francesco ci regala il respiro della profezia. Quello slancio che manca a tanta prassi quotidiana della vita pastorale della Chiesa e che ritrova cittadinanza in un luogo lontano, dimenticato dalle cronache, sotto un cielo stellato dove è cominciata la promessa di Dio. Una promessa che attraversa la nostra povertà per richiamare il cuore di ciascuno a quell’inquieta sete di bellezza che può essere – giorno dopo giorno – l’unica via per riprendere il cammino. Verso la città di Dio, nella città degli uomini.

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