Tre equità per la riforma fiscale

- Gianni Credit

Il Governo si prepara a mettere a punto il disegno di legge delega per la riforma fiscale. E deve cercare di muoversi nella direzione dell’equità

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi (a destra) con Daniele Franco, ministro dell'Economia (LaPresse)

Il ministro dell’Economia Daniele Franco ha anticipato i primi passi della riforma fiscale, che intesseranno la manovra finanziaria 2022. In attesa di conoscere le proposte definite, le ipotesi di abolizione dell’Irap e di disinnesco del cosiddetto “cuneo fiscale” indicano la volontà di intervenire prioritariamente laddove siano possibili benefici quanto più equilibrati sia alle imprese che alle famiglie.

In una fase di transizione – caratterizzato dal delicato avvio del Recovery Plan, in uscita dall’emergenza Covid – il sentiero del Governo Draghi si presenta particolarmente stretto. Da un lato, appare molto difficile ridimensionare i flussi ordinari e straordinari di spesa, anche se qualche segnale è atteso – e forse ineludibile – sul fronte critico del Reddito di cittadinanza. Non vi sono quindi le premesse per significativi tagli delle imposte, se non una prima rimodulazione dell’Irpef nelle fasce di reddito più basse. Su questo sfondo l’abolizione dell’Irap può assumere un pari significato segnaletico sul versante delle imprese: sia nel breve periodo, sia nell’orizzonte di riordino strutturale dell’imposizione in Italia. Lo stesso intervento sul cuneo fiscale appare non meno rilevante, nel suo profilo “win win” per le parti sociali e anche nell’orientamento finale della politica economica allo stimolo della ripresa.

“L’equità” fra chi produce e offre il Pil e chi lo domanda e consuma non è l’unica bilancia sulla quale il Governo deve pesare sia la Legge di bilancio 2022, sia il riordino della sua cassetta di attrezzi per il prelievo fiscale. Rimane strategica la sfida di eliminare una delle diseguaglianze economico-finanziarie più gravi: quella fra chi imposte e tasse le paga regolarmente (anzitutto perché obbligato, come il lavoratore dipendente e il pensionato) e chi invece evade il dovere costituzionale previsto dall’articolo 53. Ma certamente l’equità più impegnativa da far valere è quella lungo la dimensione temporale: quella fra chi beneficia del boom corrente del debito pubblico e chi sarà chiamato a ripagarlo in futuro.

Il Premier Draghi – grande fautore del debito “buono” e realisticamente timoroso di quello “cattivo” – ha escluso di voler ricorrere nell’immediato a imposizioni straordinarie: come ad esempio una patrimoniale sulle successioni come richiesto dal Pd in chiave di solidarietà generazionale. È stata chiaramente percepibile la differenza di approccio: per Draghi il miglior scudo anti-debito – anzitutto a medio termine, sul terreno generazionale – resta la ripresa. Altre forme di redistribuzione accelerata di reddito per via fiscale – oltre al Reddito di cittadinanza – possono suscitare rimbalzi negativi da parte dell’Ue: sia sul versante dell’eventuale utilizzo futuro della leva-patrimoniale a fini di stabilizzazione finale del debito, sia soprattutto nel supportare il tentativo strategico di Draghi di promuovere gli eurobond come strumento di finanziamento del NextGenerationEu.

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