Siamo fragili

- Giuseppe Frangi

La ginnasta statunitense Simone Biles si è ritirata perché schiacciata dal peso del vuoto interiore e dell’ansia. Una lezione sul nostro limite

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Al centro, la ginnasta Usa Simone Biles (LaPresse)

Più che le vittorie in queste Olimpiadi colpiscono le sconfitte. Su tutte ci ha conquistato la storia di Simone Biles, la ginnasta statunitense, un’assoluta fuoriclasse con già tante medaglie d’oro al collo vinte a Rio de Janeiro. Tutti aspettavano da lei una nuova incetta di vittorie, invece lei, sul più bello, ha confessato di non farcela più e si è ritirata dalle competizioni. Dopo lo scoraggiamento del primo giorno ha spiegato che il problema sono i “twisties”, un senso di vuoto, come una sensazione di galleggiare nello spazio, una perdita di consapevolezza della propria presenza, che può colpire un ginnasta durante una prova sportiva.

In sostanza la più brava ginnasta del mondo ha dovuto fare i conti con un problema molto umano di fragilità. Lei, imbattibile per gli avversari, ha dovuto incassare la sconfitta nella lotta con questo “demone nella testa” (parole usate da lei). “Devo fare un passo indietro”, ha detto davanti alle telecamere di tutto il mondo. “Mi sento sola con il mondo sulle spalle”. Fanno impressione queste parole pronunciate da una ragazza che per le straordinarie capacità e per i successi conseguiti il mondo dovrebbe averlo in pugno, più che sentirselo come un macigno sulle spalle.

Qualche tempo fa un altro grande protagonista dello sport aveva fatto una simile ammissione con un libro pubblicato a fine carriera, che non a caso s’intitolava Fragile. Si tratta di Marco van Basten, centravanti del Milan e della nazionale olandese, vincitore di tre palloni d’oro. Ebbene, in quel libro Van Basten lascia poco spazio al racconto delle sue vittorie, e invece ha ritenuto più importante confessare a cuore aperto la propria fragilità. Che nel suo caso aveva un’origine fisica, la cartilagine della caviglia destra, che dopo essere stata martoriata da interventi sbagliati lo ha costretto al ritiro a 28 anni, “quando ancora giocavo da Dio”. È un racconto sofferto, che lascia in secondo piano l’epopea di un fuoriclasse che ha vinto tutto e che incantava le platee per la grazia con cui sapeva trattare la palla, e invece mette al centro il lato nascosto, cioè quello del campione costretto a fare i conti con una fragilità e con le conseguenze psicologiche così dolorose che questa ha comportato.

Se le vittorie emozionano ed entusiasmano, ammissioni come queste di Simone Biles oggi e di Marco Van Basten ieri colpiscono al cuore perché rimettono al centro un fattore costituivo di ogni essere umano. La consapevolezza della fragilità, con il dolore che comporta, magari sottrae questi campioni all’aura del mito ma li restituisce alla vita. Quanto a Simone Biles, le auguriamo naturalmente di vincere la sua battaglia, ma intanto la ringraziamo per aver messo sul podio della nostra attenzione quel lato della vita che tanto spesso non osiamo tenere in considerazione.

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