Il valore dell’istante tra Morin, Pavese e il mio amico Nicola

- Emilia Guarnieri

Istanti che sfuggono come acqua tra le dita di una mano, ma è in quei momenti che accade l’imprevisto, l’insondabile della vita

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Immagine dal web

Oggi il tempo corre velocissimo. L’istante si brucia in un selfie. I social che fissano e veicolano immagini vanno a ruba. E le immagini si bruciano l’una sull’altra. L’istante vale perché diviene immagine. Rincorriamo le immagini perché così gli istanti si archiviano e noi siamo liberati dalla fatica di custodirli nel cuore e nella memoria. Liberati dall’orizzonte che l’istante può aprire. Un orizzonte inatteso e non prevedibile.                                                                                                              

Il filosofo Edgar Morin festeggerà l’8 luglio i suoi cent’anni di vita, una vita che papa Francesco, nel messaggio inviatogli attraverso il Cardinale Parolin, ha definito spesa per “promuovere la cooperazione tra i popoli, costruire una società più giusta e più umana e rinnovare la democrazia”. È proprio Morin a raccontarci, in un recentissimo dialogo con Mauro Ceruti pubblicato dal Corriere della Sera, che cento anni di vita gli hanno insegnato “a non credere nella perennità del presente, nella prevedibilità del futuro. Dobbiamo attenderci l’inatteso, anche se non possiamo prevederlo. Ogni vita è una navigazione in un oceano di incertezza, con alcune isole di certezza. È imprevedibile tutto ciò che ci attende: amori, dolori, malattie, lavoro, scelte, morte. Non dobbiamo anestetizzare l’incertezza e l’imprevedibilità”.  Morin  conclude invitandoci a mantenere “curiosità”, e capacità di “saperci stupire e interrogare su ciò che sembra normale ed evidente”.

Ma il presente non perenne, che ci sfila via tra le dita , così come il futuro non prevedibile che ci impaurisce, sono la causa della nostra diffidenza verso l’istante, del nostro bisogno di archiviare gli attimi presenti anziché goderceli. A meno che non accada di imbatterci – e questa volta il suggerimento lo traiamo da un altro grande, il Pavese dei Dialoghi con Leucò –  in un attimo diverso. “Non ti sei chiesto – domanda Melete ad Esiodo nel Dialogo le Muse – perché un attimo, simile a tanti del passato, debba farti d’un tratto felice? quasi fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio la sola parola che il tuo cuore attendeva”. “ Ma la vita dell’uomo – replica Esiodo – è un fastidio, una fatica interminabile. È il vivere che taglia le gambe”. “Non capisci. – insiste Melete -. Ogni gesto che fate ripete un modello divino. Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il più futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini.”                     

Forse la curiosità e lo stupore invocati da Morin possono renderci così attenti da accorgerci che ogni istante è il luogo in cui la vita può realizzarsi, in cui il “modello divino” di cui parla Pavese diventa presente, perché “le cose immortali le avete a due passi”, ma, come aveva detto Esiodo, “non è difficile saperlo. Toccarle è difficile.”  Quando questa esperienza accade, quando ti imbatti in quell’attimo diverso, in cui ti accorgi che il Mistero ti tocca, allora veramente la vita rinasce.  Anche se a trentasette anni stai morendo di Sla, quando solo sei mesi prima forse il pensiero della morte neppure ti aveva sfiorato.  Scriveva proprio pochi giorni prima di lasciarci, un caro amico, Nicola:  “Cosa si può dire il giorno del proprio trentasettesimo compleanno? La mia vita è sempre stata dominata da un bisogno viscerale di essere preferito. Crescendo, ho finalmente trovato quello che in maniera disperata avevo cercato tutta la vita. Prima aveva il volto di una donna, poi lo sguardo paterno di don Carlo, infine ha piano piano invaso tutti gli angoli della mia vita. Oggi mi sono arrivati centinaia di messaggi da tutto il mondo. Ve li leggerei tutti perché capireste un po’ di più la grandezza della Sua opera nella mia vita. Sto vivendo una intensità di vita impossibile, inimagginabile. La cosa che più mi riempie il cuore è che uno guardando me non può confondersi. Non sono forte, non sono coraggioso, non ho le palle per questa croce, sono semplicemente preso.”  Se volti e sguardi umani hanno regalato una speranza così a Nicola, allora vuol dire che aveva visto bene Pavese che le cose immortali le abbiamo a due passi e che, come ci aveva detto Morin, vale la pena di attenderci l’inatteso.       

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