Eliot e il ritorno alla normalità (che non ci basta)

- Emilia Guarnieri

L’economia riparte, ma l’incertezza non ci ha sicuramente abbandonato. In verità su una positività possibile c’è chi sta investendo e gli esiti si vedono

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In metropolitana a Milano (LaPresse)

In tempi di affannosa e affannata resilienza, come quelli nei quali viviamo, l’incertezza non ci ha sicuramente abbandonato. Tutto va abbastanza bene, abbiamo riprogrammato le vacanze, stiamo riprendendo il gusto di “uscire”, il Pil è in rialzo, ma è difficile imbattersi in un generalizzato e certo sentimento di ripresa, in quella voglia di ricostruire capace di affrontare sacrifici e fatiche, lasciando da parte sterili contrapposizioni e provando invece a tirare su insieme un benessere possibile per tutti. In verità su una positività possibile c’è chi sta investendo e gli esiti si vedono! 

Riforme reali all’orizzonte, fondi europei veramente in arrivo, aziende che ripartono, campagna vaccinale in continua e creativa crescita. Ma in fondo non ci abbandona la tentazione di vivere risucchiati da dubbi e incertezze, se le scuole riapriranno in presenza, se la ripartenza dell’economia reggerà di fronte all’eventualità di una ripresa forte dei contagi, se in autunno dovremo nuovamente vaccinarci, se qualcuno subdolamente e per interesse ci sta raggirando. Sono i dubbi di chi in fondo preferisce abbandonarsi alla sterile inutilità della propria incertezza piuttosto che lanciarsi nel rischio di un lavoro e di una costruzione. 

Sembrano così distanti quei versi di Eliot de i Cori da “la Rocca”: “In luoghi abbandonati noi costruiremo con mattoni nuovi. Dove i mattoni sono caduti costruiremo con pietra nuova. Dove le travi sono marcite costruiremo con nuovo legname.” “Se gli uomini non edificano come vivranno?”. Non possiamo sottrarci a questa domanda. Proprio la noia dell’inerzia e dell’inutilità è lì per dirci che in fondo anche il tanto agognato ritorno alla normalità non ci basta, che abbiamo bisogno di spendere la vita, “di alzare le vele e prendere i venti del destino”, come dice Lee Masters nell’Antologia di Spoon River. 

Il sentimento che la vita sia per essere spesa, investita, appartiene a quell’impeto di conoscenza e di azione che abbiamo nel cuore, ma che la paura dell’imprevisto può soffocare. Spendersi è un rischio, un’apertura, un’uscita dall’individualismo. È struggente come Pavese esprima questa consapevolezza in un passaggio del 1939, ne Il mestiere di vivere, parlando proprio di noia: “Fare qualcosa che non sia scopo a se stesso ma rivolto a un’opera, dà la serenità perché interrompe la noia.” E continua: “L’opera vive di vita sua e fa del bene tra gli uomini. Ecco allora che la felicità è inseparabile dalla dedizione di sé agli altri”.

In questa opera di costruzione oggi c’è un fattore che non esiterei a definire fondamentale e che in fondo ognuno può mettere in pratica. Educare. Mostrare esperienze di una vita carica di senso. Raccontare esempi di bene comune realizzato. Far conoscere la storia, anche passata, che uomini appassionati a un ideale hanno costruito. Insegnare a riconoscere il bello e il vero. Mettere davanti ai giovani ogni cosa che possa far vibrare il cuore. Riaccendere il gusto della conoscenza e dell’apprendimento individuando modalità concrete e praticabili per imparare. Offrire rapporti reali dove maestri si facciano carico con creatività del bisogno di educazione e di formazione dei più giovani. 

È urgente il compito di tirare su persone preparate, formate nelle competenze e agili nell’utilizzarle, desiderose di relazioni, capaci anche di ritrovare gusto per la vita sociale e politica. Abbiamo una sola risorsa da mettere in campo: la nostra persona unita a tutte quelle trame di rapporti, di relazioni, di opere, che la passione per il bene ha costruito. 

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