Il ministro che servirebbe alla scuola

- Luisa Ribolzi

Si sta lavorando alla formazione del nuovo governo. Dovrebbe essere l’occasione per ridare alla scuola la centralità che merita

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La sede del ministero dell'Istruzione (LaPresse)

In vista della formazione del nuovo governo, che suggerimenti dare per le politiche educative, visto che la stragrande maggioranza delle promesse elettorali non hanno una copertura finanziaria, e nemmeno una logica migliorativa? Piuttosto che ripetere cose già scritte molte volte, per anni, anche per il Sussidiario, vorrei fare qualche riflessione ad alta voce partendo dalla cima, dal Ministero, in base all’idea, forse banale, che in un sistema scolastico come il nostro, ancora e nonostante tutto fortemente accentrato, si potrebbe promuovere il miglioramento a partire (anche se non esclusivamente) da una riqualificazione del centro, cioè il Ministero, e delle sue ramificazioni.

Le varie riforme che si sono susseguite negli anni, a partire da quella del 2014 che ne ha profondamente modificato l’assetto, a mio parere si sono invece risolte per lo più in preoccupanti peggioramenti. Vediamo alcuni punti:

Il nome – Il ministero della pubblica istruzione ha cambiato nome più volte, in parte per motivi più o meno ideologici (con Mussolini, si chiamava ministero dell’educazione nazionale; con il ministro Moratti era caduto l’aggettivo “pubblica”) più spesso per l’ondivaga decisione di accorpare/scorporare università e ricerca, che divennero formalmente un ministero nel 1988, con il ministro Ruberti, anche se poi i due rami furono variamente accorpati e scorporati – quando serviva un ministro in più? Da questa sommaria rievocazione emerge la vexata quaestio: un solo ministero o due?

Uno, o due? – Se prescindiamo dalle necessità poste dal manuale Cancelli, l’attuale sviluppo delle attività di ricerca e la crescita, robusta anche se ancora inadeguata, dell’istruzione di terzo livello, depongono decisamente a favore della separazione dei due ministeri, con un ruolo forte del MURST inteso non come organismo “di risulta”, ma come volano dello sviluppo e strumento per riattivare nell’istruzione quel ruolo di ascensore sociale che sembra avere perso. Per non parlare della formazione professionale, fondamentale per la qualificazione della forza lavoro, che è di competenza delle Regioni e, centralmente, del ministero del lavoro.

Tecnico o politico?L’ideale, direbbe Jacques de la Palice, sarebbe un politico competente su temi educativi. In 76 anni, dal primo governo al ministro in carica, si sono avvicendati 44 ministri, circa uno ogni anno e mezzo: alcuni però sono stati ministri con più di un governo (Gonella, Gui e Malfatti, 5 volte; Falcucci e Misasi, 4 volte), e all’opposto il ministro Fioramonti è rimasto in carica per meno di quattro mesi: era un tecnico sui generis, visto che era docente in un’università del Sud Africa e mandava i figli alla scuola tedesca (possiamo aggiungere che, provenendo dai 5 stelle, era anche un politico sui generis?). Fra i “tecnici” non si può dimenticare Franca Falcucci, primo ministro dell’Istruzione donna, che era insegnante; però lo era anche Lucia Azzolina, e Marco Bussetti dirigente dell’Ufficio scolastico regionale della Lombardia…

La struttura – Il Ministero attualmente è organizzato in due dipartimenti, da cui dipendono le direzioni, a lungo stabili e poi variamente riformate a partire dal 2014, con esiti a mio parere per lo più peggiorativi: per chi fosse interessato a un dettaglio in merito, sconsiglio di fare riferimento al sito del Ministero stesso, che si colloca a buon diritto fra i mi(ni)steri dolorosi. Per gli scopi di questo testo, basterà dire che con il ministro operano direttamente i sottosegretari, carica in passato sciaguratamente affidata con esclusivi criteri politici, e il capo di gabinetto. I dipartimenti, attualmente una quindicina, si occupano delle varie ripartizioni e indirizzi della scuola oltre che di attività specifiche (lo sport, i giovani e l’orientamento…). La struttura periferica, con le direzioni regionali e provinciali (gli ex provveditorati) costituisce lo snodo fra il centro e le scuole, terminali esecutivi delle direttive provenienti dal centro, le mitiche circolari di cui si favoleggia che, data una circolare qualsiasi, ne esiste sempre una uguale e contraria. Una serie di provvedimenti sostanzialmente inconsulti, non tutti legati a politiche educative, ha depotenziato il ministero, che ha perso autorevolezza senza guadagnare in efficacia e in efficienza, man mano che i dirigenti di valore hanno incominciato a sentirsi sempre più come Hiroo Honoda, il giapponese che fino al 1974 continuava a combattere perché non sapeva che era finita la guerra.

E allora? Che consigli dare a chi costituirà il futuro governo?

Innanzitutto, se dovessi decidere io, cercherei un buon politico che capisca di educazione e sia soprattutto capace di scegliere e utilizzare al meglio i collaboratori. Non trascurerei l’aspetto del prestigio di cui dovrebbe godere presso i suoi collaboratori e il personale della scuola, fondamentale per l’autorevolezza. Un’altra cosa da tenere presente è che i buoni rapporti con il sindacato sono utili e fruttuosi per la tutela dei lavoratori, non per le politiche educative: un ministro in grado di gestire correttamente questi rapporti ha già portato a casa un primo risultato.

Dal punto di vista delle politiche educative, bisogna tenere presente che hanno tempi lunghi, e i risultati si vedono dopo anni, per cui è necessario (non opportuno: necessario) che le decisioni vengano prese con il sostanziale accordo di tutte le forze politiche, che si impegnano a non rifare tutto da capo ogni volta che cambia il governo. Disporre di uno staff dirigenziale preparato garantisce la continuità, così come la presenza di sottosegretari e di un capo di gabinetto di alto profilo facilita il miglioramento della qualità complessiva del sistema, perché evita di prendere provvedimenti ondivaghi o stravaganti (i banchi a rotelle…), e aiuta a fissare le priorità e perseguirle con tenacia ma non con ostinazione.

Nei rapporti del ministero con l’esterno, è importante prima di tutto valorizzare le attività delle scuole, che, pur con ridotta autonomia e scarsi mezzi, in maggioranza lavorano con competenza e passione. Poi coinvolgere il contesto, la “società civile” in tutte le sue forme, promuovendo la partecipazione delle famiglie, incentivando l’associazionismo famigliare e dandogli una voce effettiva, non solo il contentino di consultazioni pro forma.

Il ministro non è un uomo/donna solo/a al comando, ma certamente il suo ruolo può fare molto per ridare alla scuola una centralità non solo a parole. Purtroppo, il ministro dell’istruzione è, o diviene rapidamente, impopolare, viene criticato contemporaneamente dai suoi dipendenti e dai suoi clienti, e ha puntato addosso tutti gli occhi: sulla scuola e sulla nazionale di calcio ognuno ritiene di essere più competente dell’allenatore. Per questo viene, a torto, considerata una carica poco appetibile, ma si tratta di un compito così delicato, che la scelta dovrebbe essere davvero ponderata.

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