Quel “Governo Mattei”

- Gianni Credit

Nel suo discorso programmatico, Giorgia Meloni ha evocato Enrico Mattei proponendo un piano per l’Africa con il suo nome

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Enrico Mattei (Lapresse)

In un discorso programmatico ricco di invenzioni comunicative, l’accenno a un “piano Mattei” – da parte del Premier Giorgia Meloni – è parso molto ricercato e nondimeno di grande peso politico-economico. È stato sofisticato – da addetti ai lavori – il richiamo al sessantesimo anniversario della morte tragica del fondatore dell’Eni: domani, 27 ottobre. Vigilia del ben più delicato centenario della Marcia su Roma. Ma l’aver fatto risuonare il nome di Enrico Mattei nell’aula di Montecitorio (forse un po’ sorda sul tema) è stato infinitamente più significativo per molte questioni di sostanza.

Mattei è stato anzitutto uno dei leader cattolico-democratici della Resistenza: celebre la foto che lo ritrae in testa a un corteo di partigiani a Milano poco dopo il 25 aprile. Citare Mattei, non da oggi, vuol dire togliere alla sinistra “ufficiale” il monopolio narrativo – e abusivo – sugli anni dolorosi nei quali l’Italia superò il fascismo e divenne una democrazia del G7.

Mattei non era un “underdog” come Meloni ha voluto orgogliosamente definirsi ieri: negli anni 40 era già un uomo d’affari di successo. Ma, come il Premier di oggi, non poteva contare su un diploma di laurea (fu ingegnere “honoris causa”, come Enzo Ferrari), né su origini familiari solide o amicizie importanti. L’Agip gli venne affidata nel 1945 per essere liquidata. Lui ne fece ben presto una grande multinazionale dell’energia: uno dei pochi punti d’appoggio reali su cui, più di mezzo secolo dopo,  può contare un Premier approdato alla guida del Sistema-Italia.

Mattei fece dell’Eni il paradigma delle aziende pubbliche oggi tornate improvvisamente di moda – in Francia come in Germania – quando la lunga fase privatizzatoria nell’economia globale sembra aver iniziato il suo ritorno a pendolo.

Mattei – è vero – sconvolse gli schemi “occidentali” del mercato delle fonti energetiche nell’immediato dopoguerra (e fu questo che probabilmente pagò con la vita). Ma forzò le rotte del petrolio russo e di quello del giovane nazionalismo anti-colonialista arabo (laico e riformista). Fu un cittadino europeo capace di disegnare e perseguire lucidamente – sul mercato – una geopolitica dell’energia. Non ha avuto torto Meloni a richiamare questa memoria peculiare, questo stile in questa fase di estrema tensione internazionale: di  “guerra del petrolio e del gas”.

Il Premier ha prospettato un “piano Mattei” per alzare il profilo del confronto interno e internazionale sulla questione immigrazione: per allargare la prospettiva a un recupero di ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Non per raccattare qualche milione di metri cubi di gas per l’inverno italiano e neppure in chiave di ballon d’essai mediatico contro lo scaricabarile europeo sul traffico di migranti. Ripartire da Mattei – dall’Eni – vuol dire aspirare a muoversi nel 2022 in Nordafrica – e nel resto del mondo – come si sarebbe mosso Mattei. Come si è mosso lui nel “decennio” del boom italiano. Molto più importante di ogni “ventennio”.

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