La scuola, il merito e Gaber

- Luisa Ribolzi

Il problema della scuola italiana, su cui davvero bisognerebbe discutere, non è quello di misurare o premiare il merito, ma quello di generarlo e supportarlo

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(LaPresse)

“Fare il bagno nella vasca è di destra / Far la doccia invece è di sinistra … Una bella minestrina è di destra / Il minestrone è sempre di sinistra”… Continua a lungo, Giorgio Gaber, nella sua famosa “destra- sinistra”, uscita nel 1994, e oggi potrebbe forse aggiungere all’elenco il “merito”, che la maggior parte dei commentatori, da quando è stato aggiunto al nome del ministero dell’Istruzione,  sembra considerare di destra, e quindi da lodare o da vituperare a prescindere.

Posto che chiamare “del merito” un ministero mi sembra una scelta singolare, che potrebbe preludere, che so, a un ministero dei trasporti e della velocità, è pur vero che nomina sunt omina, o se si preferisce, nomina sunt substantia rerum, e questa nuova etichetta è, o potrebbe essere, non irrilevante quanto alle conseguenze operative.

Il punto di partenza è l’articolo 34 della Costituzione, che recita: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Questo smentisce alla radice l’identificazione fra “merito” e “ambiente famigliare”, perché afferma che ci sono dei “capaci e meritevoli” che provengono da un ambiente socialmente e culturalmente svantaggiato: sarebbe insensato sostenere che questo svantaggio non esista, dal momento che tutte le indagini mostrano una correlazione molto forte fra status socioeconomico e riuscita scolastica, ma la Costituzione affianca al diritto dei ragazzi meno favoriti dalla sorte ad accedere ai “gradi più alti degli studi”,  il dovere dello Stato di assicurare la fruizione di questo diritto.

Questa reciprocità fra chi fruisce dell’istruzione e chi la fornisce viene spesso rimossa: per esempio, “scuola dell’obbligo” non significa solo che i ragazzi sono tenuti  a frequentarla, ma anche che lo Stato è tenuto a garantirla: e il dato impressionante della dispersione o dell’analfabetismo funzionale, da cui emerge che più o meno un italiano su tre, in età adulta,  non capisce testi relativamente semplici e non sa usare il linguaggio scritto in modo autonomo, segnala che questo obbligo lo Stato lo ha evaso molto più dei ragazzi che lasciano la scuola prima di averla completata.

L’istruzione di base è la condizione minima perché tutti – tutti – possano partecipare in modo attivo e responsabile alla vita sociale, ma l’istruzione superiore è specificamente destinata ai “capaci e meritevoli”: come diceva sarcasticamente una collega di Genova agli studenti che si presentavano agli esami dotati solo di un’ottima dose di improntitudine (sfacciataggine, per chi chiedesse una traduzione), l’università non la passa la mutua, ma dovrebbe essere frequentata da chi ha le risorse intellettuali per farlo. Che poi alcune famiglie possano permettersi di mantenere agli studi superiori anche figli che capaci e meritevoli non sono, questo è un altro paio di maniche.

Parlare di merito (e ribadisco che trovo incomprensibile e anche fastidioso averlo messo nell’intestazione del ministero) se non vuole essere un puro slogan si declina in molti modi.

Il primo è quello della reciprocità a cui facevo cenno: se si premia il merito, si deve premiare negli studenti, ma anche nei docenti (il demerito per definizione non può essere sanzionato anche in presenza di evidenti carenze, e questo è un discorso che andrebbe ripreso): gli insegnanti “capaci e meritevoli” dovrebbero poter essere anzitutto riconosciuti e poi incentivati con ricompense economiche o di carriera.

Questo introduce il secondo aspetto da non prendere sottogamba, quello della valutazione: come si identifica il merito? È una qualità assoluta o una capacità di miglioramento? Chi fissa gli obiettivi o gli standard? Tanto per fare un esempio, se lo studente viene considerato “capace” tenendo presente solo gli esiti accademici, è evidente che il peso dei fattori socioeconomici è particolarmente elevato.  E ancora: lo standard è assoluto, o viene differenziato a seconda degli indirizzi, dei livelli, dell’area geografica, perfino delle aspirazioni personali?

Mi pare assurdo parlare di merito nella scuola di base, che ha lo scopo di sviluppare al massimo tutte le potenzialità dei ragazzi, individuando attitudini da valorizzare in percorsi specifici: mi viene in mente il racconto di Guareschi “Arrivi dalla città”, in cui il ragazzino Gigino in terza media va malissimo a scuola, dove ha già ripetuto due anni, e afferma “non voglio più studiare! Voglio fare il meccanico”, mentre la sua famiglia medio borghese vuole metterlo in collegio. Gigino scappa, e don Camillo lo trova e lo porta nell’officina di Peppone, dove come apprendista dimostra di essere “nato per fare il meccanico”. In questo senso, “merito” è un concetto relativo: il vero problema è che la scuola italiana non lo sa riconoscere.

Da ultimo, una considerazione legata al fatto che tutti i test, dall’Invalsi all’ Ocse, mostrano pesanti lacune nelle competenze di base sia nei ragazzi che frequentano la scuola sia in chi l’ha lasciata, ponendo così un pesante limite allo sviluppo: ne deduco che il problema della scuola italiana, su cui davvero bisognerebbe discutere, non è quello di misurare o premiare il merito, ma quello di generarlo e supportarlo.

Ma, come direbbe ancora Gaber, “L’ideologia, l’ideologia / Malgrado tutto credo ancora che ci sia / È la passione, l’ossessione della tua diversità / Che al momento dove è andata non si sa… È il continuare ad affermare / Un pensiero e il suo perché / Con la scusa di un contrasto che non c’è”.

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