La sfida dell’auto-valutazione per l’Università

Per l'Università, l'Anvur ha proposto e messo a punto il sistema AVA (Autovalutazione, Valutazione Periodica e Accreditamento)

Fino al 2011, l’unica valutazione sistematica nell’università italiana era quella degli studenti agli esami… In seguito alla legge 240/2010, e nel solco delle linee guida per l’Assicurazione della Qualità nell’area dell’educazione superiore europea l’Anvur (che significa appunto Agenzia per la valutazione dell’università e della ricerca) propose il sistema AVA (Autovalutazione, Valutazione Periodica e Accreditamento) che costruiva e sviluppava un modello di Assicurazione della Qualità (AQ) basato sulla definizione trasparente e pubblica di obiettivi strategici delle Università nella formazione, nella ricerca e nelle attività di terza missione. Valutare se e come questi obiettivi erano stai raggiunti, eventualmente suggerendo dei modi per riformularli, aveva lo scopo di rendere sempre più responsabile l’autonomia gestionale riconosciuta alle università italiane. 

Gli elementi innovativi proposti con il sistema AVA sono molti. Tra di essi:

– L‘AQ viene intesa come un modello di governance e di progettazione organizzativa delle Università, orientato all’identificazione di specifici obiettivi fissati tenendo conto di tutte le componenti della società potenzialmente coinvolte. La cultura della qualità è intesa come grado di raggiungimento di obiettivi strategici di valore, e prevede modalità di valutazione e di verifica di tali obiettivi. 

– Il coinvolgimento di studenti e stakeholders esterni (mondo del lavoro, organizzazioni sociali, ordini professionali e altro) nella realizzazione dei questo modello ha rappresentato una reale novità per il mondo accademico italiano.

– L’asse portante del sistema AVA è l’autovalutazione che si fonda sulla convinzione che, per essere efficace, la valutazione del grado di raggiungimento degli obiettivi è prima di tutto responsabilità di chi li ha programmati: pertanto, base del sistema è l’autovalutazione, che fornisce agli organi di governo un quadro chiaro dell’andamento dell’Ateneo e da cui parte la valutazione esterna, fatta da Commissioni di Esperti della Valutazione (di cui è stato costituito un apposito albo), che in una visita di una settimana valutano la correttezza degli obiettivi, le modalità per raggiungerli e i risultati ottenuti. 

Con una logica profondamente innovativa, il sistema AVA analizza l’attività didattica per fornire agli Atenei gli strumenti per un intervento efficace, ma anche per permettere un monitoraggio “centrale” da parte dell’Anvur e del Miur. Questo già accadeva per l’attività di ricerca, in cui molte aree scientifiche si erano già tradizionalmente dotate di sistemi di valutazione internazionalmente riconosciuti, mentre la valutazione dell’attività didattica, che ha come oggetto un’attività molto più complessa e articolata, era frammentaria e inadeguata. La sperimentazione, lo sviluppo e l’applicazione degli strumenti di valutazione della didattica hanno rappresentato uno sforzo collettivo che ha impegnato a fondo il sistema universitario italiano e l’Anvur. 

Il processo di assicurazione della qualità richiede la collaborazione di tutti gli organi di un Ateneo: infatti, non è semplicemente una tecnica di gestione organizzativa, e non può esistere separata da una politica della qualità e dall’esistenza di un management intermedio competente, legittimato e fortemente orientato verso azioni organizzative ispirate alla qualità del sistema complessivo, e di una leadership orientata al cambiamento. 

La valutazione ha lo scopo di ridurre la complessità decisionale, attraverso l’analisi degli effetti diretti e indiretti, attesi e non attesi, voluti e non voluti, dell’azione, e richiede un’articolazione di ruoli e compiti assegnati ai diversi organi di governo dell’ateneo (organi di governance, Presidio di Qualità, Nucleo di Valutazione, Corsi di Studio, Commissioni Paritetiche Docenti Studenti). Sono stati costruiti tre strumenti principali: la Scheda Unica Annuale e il Rapporto di Riesame che attengono alla valutazione della didattica (SUA-CdS), e la Scheda Unica della Ricerca Dipartimentale (SUA-RD). 

L’accreditamento è il procedimento mediante il quale una “parte terza” riconosce formalmente che un’organizzazione possiede la competenza e i mezzi per svolgere i suoi compiti, e in tal senso rappresenta una garanzia per gli utenti-clienti che le loro esigenze possono essere soddisfatte e i loro diritti fondamentali tutelati. La normativa assegna all’Anvur due compiti essenziali in riferimento all’azione di accreditamento, quello iniziale, in seguito a cui il Ministero consente di attivare sedi e corsi di studio universitari, e quello periodico, che verifica, ogni cinque anni per le sedi, e ogni tre per i corsi di studio, che i requisiti richiesti siano rispettati e il sistema di AQ sia attivo ed efficace.

Data la novità del modello e la sfida culturale in esso contenuta – “l’accountability”, il dover rendere conto e la trasparenza – la transizione ha incontrato non poche resistenze e difficoltà. A partire dal primo incontro, realizzato a Torino nell’ottobre del 2013, fino alla realizzazione della seconda versione del modello AVA (AVA2), l’Anvur ha però compiuto uno sforzo senza precedenti per l’amministrazione pubblica, in attività di sensibilizzazione, diffusione e condivisione con gli Atenei che dovrà continuare in futuro per rispondere alle richieste di conoscenze e competenze specifiche e nuove sul versante della valutazione, e per accompagnare le nuove sfide progettuali, gestionali e organizzative poste dall’applicazione di questo nuovo modello. 

Il primo ciclo di visite di Accreditamento Periodico, completato nel 2021, ha coinvolto tutti le Università italiane e ha messo in evidenza una progressiva affermazione della cultura della qualità, come capacità di identificare e migliorare gli obiettivi strategici e di scegliere e comunicare politiche efficaci del mondo accademico, e il crescente coinvolgimento attivo di stakeholders esterni e studenti nella progettazione e nell’erogazione delle attività didattiche. 

Non sono mancate e non mancano tuttavia preoccupazioni sulla complessità degli strumenti, sulla soggettività delle commissioni di esperti, sul prevalere di logiche burocratiche: ma lo sviluppo di sistemi di raccolta delle informazioni per la costruzione di banche dati aggiornate, dopo una prima compilazione oggettivamente complessa e che richiedeva molto tempo, oggi fornisce agli atenei una messe di dati di indubbia utilità, per esempio sulle caratteristiche degli atenei e dei corsi di studio “concorrenti”, sugli andamenti delle iscrizioni, degli abbandoni, del conseguimento del titolo. Soprattutto, si è diffusa ed è migliorata quella cultura della qualità che, quando abbiamo incominciato dieci anni fa, sembrava patrimonio solo di pochi addetti ai lavori. 

Per l’attivazione di nuovi corsi si sta affermando una puntuale ed efficace ricognizione della domanda di formazione nel settore professionale di riferimento, in una prospettiva locale e globale, richiesta dalla scheda SUA-CdS, ma la cui utilità è ormai largamente riconosciuta. C’è peraltro ancora molto da fare per rispondere alla domanda con l’elaborazione di profili formativi in uscita, e di enunciazione di esiti di apprendimento attesi (Descrittori di Dublino 1 e 2) per aree omogenee di insegnamento. Da questo deriva una certa difficoltà nella comunicazione, che vede però negli anni, se dobbiamo tenere conto dei vari Open Days e delle altre iniziative, un costante miglioramento. Ancora, permane una resistenza di molti docenti non tanto e non solo alla valutazione, ma all’attenzione dei compiti amministrativo-gestionali e al dialogo con il destinatario finale dei loro studenti, che è o dovrebbe essere il mondo del lavoro. 

L’insieme di questi elementi di fragilità del sistema sfida la dimensione progettuale di analisi del contesto e programmazione strategica che dovrebbe caratterizzare ogni CdS in un’epoca di turbolenza e profonde trasformazioni, già preesistente ma sicuramente aggravata dai due anni di didattica a distanza imposti dalla pandemia, e dalla crisi economica e culturale che sta richiedendo di stabilire nuove modalità di relazione con il più ampio sistema sociale da cui trae risorse, legittimità e stimoli per l’innovazione. Relazione che va giocata non banalmente in termini adattivi rispetto ai bisogni formativi rilevati (cosa del resto assai complessa), ma in quella logica proattiva di innovazione e sviluppo che può affermarsi solo se, e dove, tutte le componenti del triangolo della conoscenza (istruzione, ricerca e innovazione) trovano uno spazio dove sperimentare nuove reciproche fertilizzazioni, spingendo i tradizionali modelli organizzativi di tipo tradizionale e verticistico a trovare nuove forme di auto-governo, fondate sul principio dell’auto-valutazione come strumento per il miglioramento continuo.

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