Non è mai esistito un tempo più cristiano di questo

Nel tempo del "ritorno della storia" e della fine della pace, l'educazione dei giovani è chiamata ad un nuovo compito

La copertina del Time di qualche settimana fa ha descritto il momento che stiamo vivendo con un titolo emblematico e significativo: “il ritorno della storia”. La rivista italiana Limes gli ha fatto eco con un altrettanto iconico “la fine della pace”. Sembra dunque che le lancette dell’orologio si siano rimesse in moto, che lo stato di grazia in cui gli europei si sono cullati per quasi ottant’anni abbia ceduto il passo ad un nuovo convulso tempo dagli esiti imponderabili. È in questi frangenti, in cui tutto sembra crollare e cadere a pezzi, che diventa più urgente porsi la domanda circa l’educazione dei nostri figli: a che cosa li stiamo orientando? Che cosa stiamo consegnando loro?

L’educazione cosiddetta “laica” negli ultimi decenni si è costruita tutta attorno al senso di colpa: “tu sei occidentale, appartieni a quegli occidentali che hanno rovinato il pianeta portandolo al collasso climatico, appartieni a quegli occidentali che disprezzano coloro che hanno un colore della pelle diverso dal loro, appartieni a quegli occidentali che hanno sfruttato l’Africa, che praticano una religione che ha generato nella storia solo violenza, che ha costruito il patriarcato umiliando le donne”, eccetera. Tu sei occidentale: sèntiti in colpa. Si può dire che un certo modo di concepire l’educazione civica abbia come obiettivo soltanto quello di martellare la persona fino a che essa stessa non comincia a sentirsi in colpa e a odiare il mondo nel quale è nata e vissuta.

Esiste poi la cultura religiosa, limitiamo l’ambito a quella cattolica, in cui sostanzialmente si dice “se non fai come Gesù, se non frequenti gli incontri, se non vai a Messa, se non aiuti il prossimo, se non leggi la Parola di Dio, se non fai l’oratorio in un certo modo… allora non sei una persona matura, pronta, appassionata”. Che poi è un altro modo di dire che “se non sei come abbiamo in mente noi, allora non vai proprio bene”.

Ci si barcamena in questo modo tra un’educazione laica fondata sul senso di colpa e una struttura religiosa che – di fatto – prende le mosse da una posizione moralista. Tutte le altre “educazioni”, da quella sportiva a quella familiare, altro non sono che declinazioni di questi due paradigmi che convergono nell’infelice espressione “sentiti in colpa perché così non vai bene”.

Eppure l’occidente non nacque così. Ai suoi albori non v’era soltanto la meraviglia aristotelica, ma soprattutto il desiderio, quella nostalgia di infinito che percuote il cuore e che determina le nostre azioni. È l’Iliade il poema del desiderio tradito, è l’Odissea il canto del desiderio temuto, è l’Eneide la storia di un desiderio divenuto compito e destino. Il cristianesimo trovò terra feconda proprio in quel clima culturale che, all’alba del nuovo ordine costituzionale instaurato da Ottaviano, vedeva nell’attesa il sentimento più nobile dell’uomo.

La storia fu ferita, e qui tornano alla mente le profetiche opere di Lucio Fontana, da un fatto che non solo portava a compimento quell’attesa, ma che instaurava un metodo: da adesso in poi l’uomo avrebbe potuto trovare una strada per sé solo nel rapporto con la realtà, con quella realtà che era divenuta grembo dell’Incarnazione. Il tempo diventava tempio e il sacro si donava gratuitamente e definitivamente nel profano.

Quel dono ancora oggi è ciò che aspetta ogni uomo che si impegna a vivere intensamente il reale: è questa la moralità di cui abbiamo bisogno, un’educazione al rapporto con la realtà come luogo del possibile, luogo della speranza, luogo della memoria di un desiderio compiuto. Il disfattismo che ha accompagnato gli anni della pandemia, un certo modo di narrare la guerra d’Ucraina, le stesse fosche previsioni di oggi sull’economia di domani non sono altro che l’attestarsi nell’opinione pubblica di una posizione che dice “non c’è speranza”. Non è così, non è vero: noi l’abbiamo vista. L’abbiamo vista dinnanzi alla morte di chi abbiamo amato, l’abbiamo vista dinnanzi al peccato, dinnanzi alla malattia, dinnanzi al baratro che abbiamo avvistato nelle nostre famiglie o dentro di noi. Non c’è solo questo, non c’è solo il dolore e la fine, un Altro ci può sorprendere, un Altro agisce, un Altro opera e cambia.

A ben vedere non è mai esistito un tempo più cristiano di questo, un tempo dove tutti – davvero tutti – attendono l’annuncio di Cristo, del Dio che sorprende e che ricomincia.

Educare i ragazzi ad avere speranza nella realtà, a non chiudere la porta della ragione e della possibilità, è pertanto ora – in questo attimo della storia – la preghiera più intelligente che si possa fare. Perché è come dire, in fondo, “Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno”.

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