Il “fuoco” della divisione

- Marco Pozza

Il giorno in cui Cristo insegnò alle folle il modo per diventar felici mise tutti gli uni contro gli altri. E firmò anche la sua sentenza di morte

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Cimabue, Cristo deriso, particolare (1280 circa)

Sarebbe bastato, o basterà, ascoltare bene il suo Discorso della Montagna per capire che il giorno in cui Cristo insegnò alle folle il modo per diventar felici firmò anche la sua sentenza di morte. Gli bastò pronunciare pochissime parole – secche, decise, anche decisive, divisive – per far venire alla luce un fatto: che tutti vogliono diventare felici, ma il modo che lui indicò per diventare tali resterà diametralmente opposto a quello che il mondo sarà mai disposto ad accettare. Chiunque, d’allora in avanti, tenterà a tradurre in pratica le Beatitudini, si aizzerà contro tutta l’ira del mondo.

D’altronde Cristoddìo non ha mai nascosto d’essere venuto quaggiù per mettere a ferro e fuoco il mondo: “Sono venuto a gettare il fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso”. Lo chiamano, Lui si fa chiamare, Principe della pace ma, a ben guardare, è venuto per portar l’opposto della pace, ossia la divisione: “Pensate io sia venuto a portar pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. Una sorta di guerra: l’andare in guerra per fare la guerra alla guerra. Perché, a poggiare l’orecchio sulle labbra di Cristo, sembra chiaro che il più grande dramma dell’uomo d’ogni secolo sia di trascorrere più tempo per distruggere ciò che odia invece che per proteggere quello che ama.

Per questo Dio è venuto al mondo: perché per conoscer una cosa bisogna ardere, essere in preda al fuoco. Questo, di Sé, vorrebbe che il mondo capisse: vorrebbe, Lui ch’è Dio, essere preso dall’uomo e portato assieme a lui come un incendio nel paese delle sue abitudini. Dice d’essere fuoco, sapendo bene che il fuoco è simbolo di vita, della passione, nonostante sia l’unico elemento dentro il quale nulla possa veramente vivere: “La cosa più bella che possa capitare ad un essere umano – scrive Annie Marquier – è di scoprire il fuoco sacro, il fuoco della sua anima. E di fare in modo che la vita intera sia l’espressione di questa anima”.

Fosse per l’uomo, Cristo lo sa, la vita sarebbe una sequenza infinita di “vediamo che cosa succede” invece che del sudore di scegliere. Così facendo, la vita diventa un insieme disastroso di coincidenze che se ne fregano, capitano all’improvviso, si fanno beffe di noi. Qualcuno, certo, riconoscerà in qualcuna di queste coincidenze un colpo di fortuna, o la cosa più giusta da fare: ma da qui a chiamarli artefici del proprio destino – quando invece si sono (af)fidati ad una pura fatalità – ce ne vorrà di spavalderia. “Urge prendere posizione, gente! – è il monito e l’incoraggiamento del Cristo nei Vangeli –. Che, comunque, nella vita occorre scegliere: ci possono essere scelte che, se farai, te ne pentirai. E scelte che se non farai non ti perdonerai”.

L’una e l’altra si espieranno per tutta la vita: “D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi in tre contro due e due contro tre”. Fine dell’illusione bambina: pensar di conquistarsi la propria felicità avendo il benestare del mondo. Del piccolo mondo antico che ruota attorno al tavolo di casa: “Si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera”. Costa fatica battezzare una scelta? Di più: “Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto (cfr Lc 12,49-53).

Mentre la bruciavano sul rogo, Giovanna d’Arco aveva un solo desiderio: “Tenete la croce in alto, cosicché io possa vederla anche attraverso le fiamme” disse ai suoi macellai. L’uomo e la donna sono un combinazione di scelte e di circostanze: nessuno avrà mai potere sulle circostanze, ma ognuno ce l’ha sulle proprie scelte. Perché – ed è questo che preme al Dio cristiano – domani io sarò ciò che oggi io ho scelto di essere: effettuando una scelta, si cambia il futuro.

La sola accortezza, sembrano suggerire i Vangeli, è di decidersi mentre il fuoco è acceso, prima che il fuoco diventi brace. Perché soffiare sulla brace, invece di accendere il fuoco, si corre il rischio di annerirsi completamente la faccia.

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