L’Assunta, un’offerta alla nostra ragione

- Federico Pichetto

L’Assunta è come la caparra, l’offerta alla nostra ragione, il suggerimento più radicale di come le cose andrebbero lette, pensate e amate

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Tiziano, Assunta, duomo di Verona (1535, particolare)

Nell’aria secca di quell’estate Maria riconosceva il tipico profumo dei fiori di Gerusalemme. Era tornata lì dove tutto si era compiuto, anche questa volta obbedendo ad una volontà che non era la Sua. E adesso che il tempo della vita sembrava volgere al termine anche per lei, erano tanti i ricordi, gli attimi e i momenti, che le tornavano alla mente. La domanda della giovinezza, quel desiderio struggente di essere tutta di Dio, la notte in cui l’Angelo le fece visita lasciandola sgomenta e stupita, i giorni difficili dell’incomprensione che era scesa sulla sua famiglia all’udire di quell’annuncio e che aveva segnato per sempre il suo amore per Giuseppe, il lungo cammino per il parto.

Gli occhi stanchi della madre di Cristo riposavano spesso nel ricordo di quel bambino e della notte in cui nacque: la commozione la conquistava e per un attimo sembrava che nessuno dei dolori che sarebbero venuti dopo avrebbe potuto competere con la gioia di quell’istante. E il sorriso le si fissava in volto pensando i giorni felici di Nazareth, con lui che cresceva e con Giuseppe che lo amava.

Poi tutto precipitò: la morte del marito, la partenza di Gesù, l’inizio della sua predicazione in un crescendo incessante culminato sotto la croce, in quel giorno di morte che le sfigurò il volto. Ma venne la Resurrezione, l’ennesimo fatto inaudito che le restituì un altro compito e un altro volto.

Il resto era vita recente: gli anni di Efeso, la presenza di Giovanni, il ritorno a Gerusalemme. Un testo antico dice che Maria, “dopo che Cristo aveva vinto la morte ed era asceso al Cielo, non la smetteva di piangere nel silenzio della Sua stanza”. Non un pianto di depressione o di morte, ma il pianto di chi non si capacita del dono ricevuto. E il dono, che era quel Figlio, continuava a ricoprirla di Grazia anche nel momento in cui tutto doveva essere riconsegnato.

Così i giorni della Sua morte furono come un lungo sonno squarciato da quell’iniziativa rivoluzionaria di Dio che voleva mostrare a tutti, in Lei – in quella donna – che cosa avrebbero goduto tutti quelli che nei secoli avrebbero seguito Cristo. E il frutto non consisteva in un palazzo di tre piani con i migliori trattamenti estetici, non si caratterizzava per un ricco conto in banca o un surplus di piacere, non si presentava come un benevolo sentimento o un premio da riscuotere: il frutto destinato a coloro che si sarebbero fatti discepoli del Nazareno era il fatto che essi avrebbero portato tutto con sé. Tutto non come beni materiali, tutto come volti, come speranze, come desideri, come dolori: l’Assunta è la festa in cui per la prima volta la vita di una persona è tutta trascinata nelle profondità del Mistero. Gli uomini finalmente entrano nel cuore di Dio portando con sé tutto quello che, in fondo, avrebbero voluto lasciar perdere. Ogni pensiero, ogni acciacco, ogni fatica, ogni fragilità: tutto è assunto e, come dice sant’Atanasio, tutto è guarito, sanato.

Che gioia e che lacrime nel vedere che tutto quanto era successo non era altro che un passo, l’ennesimo passo, verso una vita vera e autentica. Non c’era bisogno di buttare via nulla, nemmeno le incomprensioni più dolorose, perché tutto era stato proposta, mano tesa, iniziativa di Dio per far crescere – anche dentro le ore più buie – la coscienza e la consapevolezza del nostro Io, del nostro essere nel tempo.

I fiori di Gerusalemme in quella mattina d’estate non potevano capire che cosa stava accadendo. Nel sonno profondo della Madre di Dio ognuno stava per trovare il suo riposo, la sua possibilità.

L’Assunta è come la caparra, l’offerta alla nostra ragione, il suggerimento più radicale di come le cose andrebbero lette, pensate e amate. Noi non sappiamo davvero quanto buio l’Amore è disposto ad attraversare per trasformare l’oscurità in una luce inaspettata. Se solo lo sapessimo, ci mettemmo oggi stesso a ringraziare. E a piangere. Perché davvero è grande Dio, davvero è grande questa nostra vita.

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