Discorso sulla felicità

- Marco Pozza

Gesù spiega presto la sua missione, per quale ragione è venuto al mondo, di cosa si (pre)occuperà negli anni a venire: è della felicità che Gli interessa parlare

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Caravaggio, Vocazione di San Matteo, particolare (1599-1600)

È partito da poco il Maestro cresciuto nella carpenteria di Nazareth: eppure, a sentire da come parla, pare già abbia vissuto altre vite prima di questa. “Beati” è la prima parola con la quale decide di arringare le folle che iniziano ad andargli appresso. Così parlando, già annuncia di che pasta è fatta la sua missione, per quale ragione è venuto al mondo, di cosa si (pre)occuperà negli anni a venire: è della felicità che Gli interessa parlare.

Pur muovendo i primi passi, da qualche parte ha già respirato l’aria che tira: non c’è niente di più facile da sorvegliare di un infelice e non c’è nulla di più incontrollabile di una persona felice. Per questo, appena gli fu dato ascolto, parve chiaro a chi gli dava retta la ragione per cui ogni società tenta di tenere basso il livello di felicità: per governare meglio i cuori, pare ovvio.

Poi, una mattina, s’improvvisa Lui: semi-sconosciuto, figlio di una terra sconsiderata, allenatosi a predicare tra casa e bottega. Arriva e pum!, spara la sua prima cartuccia: “Non ci potrà essere felicità, amici miei – sembra quasi sentirlo parlare su quell’altura che si affaccia sul mare di Galilea – se le cose in cui crediamo saranno diverse da quelle che noi facciamo”. Detto e fatto. D’ora innanzi tutto il suo furore profetico andrà indirizzato giusto a questa causa: non tanto che gli uomini siano felici, quanto che gli uomini desiderino diventare felici. Al suo seguito, non ci potrà mai essere felicità senza libertà.

Anche la libertà di chi sogna di rimanere infelice, nonostante tutto.

Per nove volte la lingua batte dove il dente duole: “Beati!” (cfr Mt 5,1-12). Beati chi? I poveri in spirito, quelli che hanno le lacrime, i miti, gli affamati e gli assetati di giustizia, quelli dal cuore puro, chi si spezza la schiena per la fare la pace, chi viene ingiustamente malmenato dalla giustizia. La sua gioia, strada facendo, sarà quella di incrociare degli uomini e delle donne che, avvertendo la felicità a un soffio da loro, inizieranno a riflettere tra sé: “Quasi quasi mollo tutto e divento felice”. Quando ciò accadrà, Cristo mostrerà d’essere andato a bersaglio: Lui, già dalle prime parole che pronuncia, sembra proprio essere di quelli che entrano nella tua vita per farti felice, non di quelli che entrano nella tua vita per farti cambiare idea della felicità. E in quanto a felicità, dice cose così piccole e diafane d’apparire persino ingenue: “Lasciate che sia Dio a riempire i vostri cuori!”. Cose così, di questo tipo. E, così dicendo, mostra d’andare giusto in controtendenza con gli altri leader dell’epoca: quelli che predicavano la piena realizzazione di se stessi, anche a scapito dell’intera umanità. Perché – com’è difficile dargli contro – sovente cerchiamo la felicità nei posti sbagliati, abbiamo riposto la speranza su persone sbagliate. O che, tutt’al più, non sono state poi in grado di soddisfare la nostra sete. Di mantenere le promesse fatte.

Invece di lavorare in orizzontale Cristo decide che il suo lavoro sarà tutto in verticale: non ci sarà felicità se l’uomo non terrà gli occhi rivolti verso le altezze. Le beatitudini sono la sua magna charta, il suo manifesto programmatico: il suo regno, per come se l’è immaginato, sarà popolato di hombre vertical: non solo gente dalla schiena diritta (il che sarebbe già tanto, a guardare come fila storto il mondo), ma gente capace di sollevare il loro sguardo in verticale, verso il cielo.

Il giorno in cui insegnò alle folle il modo per diventare felici, però, firmò anche la sua sentenza di morte: è vero che tutti vogliono diventare tali, ma rimane il fatto che i modi che Lui indica resteranno diametralmente opposti a quelli che il mondo sarà disposto ad accettare. Cristo pronunciò il suo discorso sulla felicità in maniera così divina che nessuno potrà dire: “Io scelgo la terza beatitudine: è quella mia. A me, invece, piace la settima!”. Ci potrà essere una sensibilità più spiccata per qualcuna, ma la beatitudine è una sola: Dio. Per questo funziona il “tutto o niente”: il sogno di Dio è un tutt’uno, non si potrà né capire né acciuffare se lo si prenderà a spizzichi.

Sono parole, queste, che reggono sulle spalle venti secoli di fascino e di martirio. Parole sulle quali ancora non è tramontato il sole.

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