Israele-Hamas, serve un’altra giustizia

- Fernando De Haro

La pace richiede giustizia. Ma come Robi Damelin e Layla Alsheikh sanno bene, non c’è giustizia possibile se non è giustizia che va oltre la punizione

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Soldati israeliani al confine con la Striscia di Gaza (Lapresse)

Robi Damelin e Layla Alsheikh avranno un periodo molto più difficile dopo quello che sta succedendo in questi giorni. Robi è una donna israeliana che ha perso suo figlio colpito da un cecchino palestinese. Layla è palestinese e ha perso suo figlio dopo che i soldati israeliani gli hanno impedito di accedere a un ospedale. Robi e Layla, insieme, lavorano da anni per The Parents Circle – Families Forum (PCFF). L’organizzazione, che riunisce 650 vittime di ambo le parti, promuove la riconciliazione con la convinzione che la perdita subita non possa essere compensata né con la violenza, né con la giustizia retributiva tradizionale (quella che impone pene basate sulla colpevolezza).

Le due donne sostengono la necessità di una restaurazione che ricostruisca le relazioni. Avranno tempi molto più duri a causa del massacro di civili da parte di Hamas e della risposta di Israele. Ma non ci sarà alcuna punizione che soddisferà il bisogno di giustizia causato dalle ultime atrocità. Come ha scritto Arwa Damon, corrispondente veterana della CNN, questo nuovo atto di terrorismo di Hamas e la reazione di Israele, entrambi con pochi precedenti, riapriranno le ferite profonde dei due popoli.

Nel DNA del popolo ebraico c’è il trauma della Shoah, riattivato dall’assassinio di civili innocenti la mattina del 7 ottobre. E nel DNA dei palestinesi c’è il trauma della Nakba (la perdita della casa durante o dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948), dell’occupazione e del blocco disumano di Gaza. Ora siamo di fronte a un esodo che potrebbe essere, che in realtà è già, più numeroso di quello della Nakba. L’Egitto non accetterà, nemmeno in cambio di denaro, un insediamento dei palestinesi nel Sinai, come quello che c’è stato in Libano o in Giordania.

Tutto per la democrazia senza futuri democratici. Questo era il pensiero dei neocon, che hanno convinto Bush a trasformare la guerra al terrorismo in un’invasione dell’Iraq. Vent’anni dopo, c’è abbastanza chiarezza su cosa ciò abbia comportato. Al Qaeda, contro la quale si è voluto combattere, è cresciuta ed è diventata Daesh. Netanyahu non vuole costruire alcuna democrazia a Gaza. Lo ha chiarito fin dall’inizio: si tratta di vendicare le vittime. Obama ha vendicato le vittime americane giustiziando Bin Laden e gettando il suo corpo in mare. Netanyahu è stato più attento a ciò che stava accadendo in Cisgiordania e alla sua permanenza al potere rispetto a ciò che stava accadendo a Gaza. Ha avuto completamente torto. A Netanyahu è stato concesso quasi tutto, gli è stato permesso non rispettare il diritto internazionale e nazionale, in cambio della garanzia della sicurezza degli israeliani. Netanyahu, come molti altri, credeva che un futuro fosse possibile per Israele se il problema palestinese fosse stato superato. Ha fallito miseramente, non ha fornito alcuna spiegazione e ora si sta imbarcando in un’operazione che molto probabilmente porterà a una terribile sconfitta.

La politica di Netanyahu ha cercato di indebolire l’Autorità nazionale palestinese. Ciò ha reso impossibile qualsiasi accordo minimamente dignitoso per risolvere il conflitto. Dagli accordi di Oslo di 30 anni fa, che non sono mai stati rispettati, non c’è stato alcun negoziato. Senza un futuro per i palestinesi, la pace non è possibile. La disperazione fa crescere le organizzazioni nichiliste. Dopo Hamas, i gruppi terroristici sciiti più radicali guadagneranno spazio, con il sostegno ancora più forte di Iran e Qatar. Indubbiamente, l’asse Iran-Siria, che ha come alleato la Russia, sarà rafforzato.

Dal 2007, quando è iniziato il blocco, Hamas è stata alimentata dai disordini della popolazione di Gaza. Ma era già in declino. Gli attacchi intendevano essere un’abominevole dimostrazione di forza e una provocazione perché la risposta di Israele fermasse questo declino. È sorprendente che parti dell’élite israeliana e dell’élite americana continuino a identificare Hamas con i palestinesi. Nella Striscia di Gaza, metà della popolazione era favorevole al raggiungimento di un accordo tra Israele e Arabia Saudita, rifiutava la lotta armata, era a favore dei negoziati di pace e non riteneva necessario tornare alla situazione precedente all’occupazione. Non sappiamo cosa penserà ora.

Adesso Hamas può guadagnare spazio e condizionare l’agenda del Medio Oriente. Basta leggere la stampa saudita come fa la Fondazione Oasis per capire che l’Arabia Saudita è ancora interessata all’avvicinamento con Israele. Ma ora sarà molto difficile. Israele non otterrà una vittoria facile. Il suo esercito è molto meglio equipaggiato delle milizie di Hamas. Gli islamisti dispongono di razzi fatti in casa e di equipaggiamento militare di seconda mano. Ma il vantaggio tecnologico nel combattimento urbano scompare. Hamas sa come usare i suoi tunnel, conosce perfettamente il terreno. Le unità d’élite dell’esercito israeliano hanno un addestramento eccellente, ma non i riservisti, che, oltretutto, sono demotivati.

La pace richiede giustizia. Ma come Robi Damelin e Layla Alsheikh sanno bene, non c’è giustizia possibile se non va oltre la punizione. Dobbiamo ascoltare le madri.

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