Intelligenza artificiale o l’intelligenza dell’esperienza?

- Giorgio Vittadini

È in atto l’ennesima rivoluzione del capitalismo economico dovuta all’uso dell’Intelligenza artificiale e all’automazione

ChatGPT
ChatGPT di OpenAI, l'intelligenza artificiale (LaPresse, 2023)

È in atto l’ennesima rivoluzione del capitalismo economico. L’ultimo segnale, inquietante, è arrivato con le recenti dimissioni di Geoffrey Hinton considerato il “padrino dell’Intelligenza artificiale” che ha lasciato il suo ruolo in Google per poter parlare liberamente dei rischi dei suoi studi. “Me ne sono andato per poter parlare dei suoi pericoli”, ha detto in un tweet. Hinton, uno psicologo cognitivo e scienziato informatico, per arrivare ai suoi risultati ha lavorato su una Rete neurale artificiale, ispirato alla Rete neurale biologica. “Presto” ha detto “questi modelli potrebbero essere più intelligenti di noi esseri umani”.

C’è chi con l’intelligenza artificiale scherza non avendo ancora capito la sua reale portata, interrogandola per sapere dell’esistenza di Dio (ChatGPT – l’intelligenza artificiale di OpenAI, l’azienda fondata tra gli altri da Elon Musk, che si propone di “assicurare che l’intelligenza artificiale possa operare a beneficio dell’intera umanità” – dice di non essere stato programmato per rispondere a domande così impegnative), chi cerca di coglierlo in inganno, chi costruisce bombe grazie ai suoi insegnamenti. Intanto molte aziende cominciano a sostituire esseri umani con l’IA: il Ceo di Ibm, Arvind Krishna, prevede di sospendere 7.800 nuove assunzioni e sostituirle con l’intelligenza artificiale nel giro dei prossimi cinque anni. Il piano mira a sostituire il 30% delle mansioni con l’automazione. In questo contesto, la domanda, a cui è molto difficile rispondere, è questa: dove si sta dirigendo l’umanità e il mondo del lavoro?

Nel corso della storia le trasformazioni nell’ambito del lavoro sono state numerose. All’inizio del XX secolo, l’aumento dei redditi delle famiglie aveva innescato la corsa alla produzione di beni di consumo sul mercato. Secondo Sue Braverman, ex ministro degli Interni inglese, “la popolazione non si affida più all’organizzazione sociale, cioè a famiglia, amici, vicini, comunità locale, anziani, ma, con poche eccezioni, si rivolge al mercato per ricreazione, divertimento, sicurezza, assistenza ai bambini, ai vecchi, agli ammalati, ai disabili”. Il capitalismo industriale con il passare degli anni si è ridotto sensibilmente.

Una tendenza di lungo periodo incontrovertibile è il fatto che l’economia stia andando verso il dominio mondiale dell’economia dei servizi. Nel 1870, i sette Paesi più ricchi a quel tempo (Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Germania, Giappone, Olanda e Svezia) avevano una classe lavoratrice impegnata per il 43% in agricoltura, il 30% nell’industria e il 27% nei servizi, che era il settore più piccolo e marginale. Oggi invece i servizi, nelle sette economie sopra menzionate, rappresentano circa l’80% dell’occupazione, e questa tendenza vale non solo per i Paesi più ricchi, ma anche per i Paesi poveri, molti dei quali stanno avendo proprio nei servizi il motore principale per uscire dal sottosviluppo.

I Paesi poveri di maggior successo, come il Sudest asiatico, stanno assistendo a una crescita enorme di questa categoria. D’altra parte, le industrie più competitive al mondo, lo sono sia perché riescono a tenere costi molto bassi, sia perché sono in grado di mettere insieme servizi ad alto valore aggiunto, che sono necessari più che mai per la competitività dell’agricoltura e dell’industria nel contesto della globalizzazione (Luis Rubalcaba, Nuovo Atlantide).

Ma è un passaggio forzato, che implica una serie di problematiche come spiega Dani Rodrik in “Deindustrializzazione prematura”, nel Journal Economic Growth del 2016: “La deindustrializzazione prematura non è una buona notizia per le nazioni in via di sviluppo. Blocca la strada principale della rapida convergenza economica nelle attività a basso reddito”.

In Italia questo passaggio è iniziato a metà degli anni Settanta. Oggi è in atto un ulteriore passo avanti di questa trasformazione, la cosiddetta “experience economy”, l’economia dell’esperienza. Ci sono aziende che da tempo si basano sulla capacità di lavorare sulle esperienze di vita dei possibili clienti. In realtà, nella maggior parte dei casi, si tratta di esperienze indotte dal marketing, per far credere alla gente di aver bisogno di una determinata cosa: il Suv, l’ultimo iPhone, il maxi schermo tv, la macchinetta del caffè a cialde diventata uno status symbol grazie agli spot con protagonisti quali Brad Pitt e George Clooney.

Nell’economia dei servizi il valore ha a che fare con l’esperienza che un guidatore fa con la sua nuova auto (trasporto, sicurezza, connettività, confort, assistenza alla guida) e con il dialogo che si sviluppa in un rapporto temporale stabile con il compratore per decidere cosa acquistare insieme alla macchina (prodotti finanziari, assicurativi, di manutenzione, acquisto in leasing o renting).

Si passa dalla vendita immediata di un bene a un ciclo di vendite più personalizzate che avvengono nell’interazione con il cliente che fa esperienza dell’uso del bene. Ad esempio in un caffè Starbucks il costo del caffè può essere inferiore a 1 dollaro, ma il cliente paga volentieri altri 4 dollari per l’esperienza di bere il caffè in quel particolare posto.

In gergo, si chiama “Customer Experience”: sempre più moderna, coinvolgente, interattiva e partecipativa in cui il cliente è ingaggiato non solo su bisogni e preferenze espresse, ma anche rispetto a desideri ed esigenze più intime e nascoste che sono, poi, in definitiva quelle che lo indirizzano all’acquisto.

Una giusta ricchezza però non si fonda sulla soddisfazione di desideri effimeri come succede in una economia di servizi. C’è bisogno di tornare a un’economia reale, che superi anche il modello capitalista iper liberista basato sulla ricchezza finanziaria, mettendo in moto un circolo virtuoso che porti ricchezza a tutto il sistema-Paese, eliminando le grandi disuguaglianze sociali.

Finanziare l’economia reale vuol dire alimentare questo circolo virtuoso; la crescita delle aziende significa aumento di posti di lavoro, migliori condizioni salariali, più alte capacità di spesa per i cittadini.

Ma soprattutto mettendo al centro la persona, che tra economia di servizio e Intelligenza artificiale, sempre più invadente, sta diventando una sorta di oggetto da usare, consumare e scartare mentre cresce la povertà. Solidarietà, redistribuzione, partecipazione dei lavoratori alla gestione, responsabilità di impresa a tutti i livelli, ad esempio ambientale e sociale. Non sono parole desuete, appartenenti a un mondo antico e scomparso: sono le parole che indicano la strada per un mondo del lavoro più giusto. Bisogna ricostruire un tessuto sociale in cui le persone prendano iniziativa, ci vogliono legami di solidarietà che nascono dal basso e politiche di sussidiarietà per mettere in circolo contributi di bene a tutti i livelli

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