La realtà e i suoi nemici

- Federico Pichetto

Si chiama “genitorialità creativa di genere” ed è l’ennesima avanguardia del progressismo culturale che arriva dagli Stati Uniti. Ecco i suoi errori

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(LaPresse)

Si chiama genitorialità creativa di genere ed è l’ennesima avanguardia del progressismo culturale che arriva dagli Stati Uniti. Riguarda una realtà numericamente poco rilevante, eppure esiste. Ed è destinata a dilatarsi, quanto meno nella percezione mediatica.

I genitori creativi di genere sono fermamente convinti che il dato biologico e l’identità di genere non abbiano alcun legame: ciascuno nasce come nasce, ma decide lui in quale genere riconoscersi. Questo profondo divorzio tra la natura e la cultura prevede un iter molto rigoroso: sono vietati l’uso di colori identificativi come il blu e il rosa, il nome non deve tradire alcuna imposizione culturale, i giochi devono essere perfettamente compatibili con ogni genere e le attività non possono in alcun modo essere etichettabili. Insomma, scordatevi la palla per i bimbi e le bambole per le bimbe e scordatevi pure di rivelare il sesso biologico alle persone che entrano in contatto col bambino. Le autorità non devono saperne nulla, nemmeno quelli dell’asilo. Neppure i nonni. In questo modo il piccolo sarà tutelato nella sua suprema libertà: quella di decidere chi essere. L’identità smette di essere un dato di partenza per diventare, definitivamente, un punto d’arrivo.

Per i bimbi che vivono così, e di cui si può leggere un’ampia letteratura nel libro di Kyl Myers, Raising them, esiste anche un nome, Theybies, incontro tra il pronome neutro They e il sostantivo sinonimo di bebè, Baby. È importante mettere a fuoco che il senso del grottesco che può afferrare un italiano davanti a questo fenomeno deve velocemente cedere il passo alla riflessione, in quanto quello che oggi sembra assurdo è già in cammino per diventare la nostra normalità entro 5-10 anni.

Ci sono quindi alcune considerazioni che è bene fare, senza lasciarsi andare a facile ironia o ad un’eccessiva banalizzazione del fatto. Anzitutto occorre ridare legittimità al dubbio. Il mondo occidentale è preda di una tempesta ideologica che è stata costruita così scrupolosamente da far pensare che chiunque si opponga allo spirito dei tempi sia – de facto – un negazionista dei diritti umani. Noi abbiamo il dovere di sollevare un dubbio legittimo su chi pensa che si possa vivere ignorando la natura, un dubbio ecologico. Il rispetto della natura non può ridursi ad una colpevolizzazione dell’uomo per l’impatto che l’attività antropica ha sulla vita del pianeta, il rispetto della natura è anche – e anzitutto – il rispetto del dato naturale che, a prescindere dalla storia che ne seguirà, resta lì a raccontare chi siamo, a descrivere il legame che c’è fra noi e quello che viene prima di noi, fra noi e quello che c’è attorno a noi.

E qui c’è la seconda considerazione: il progressismo culturale tende talmente tanto alla promozione dell’individuo da non rendersi conto di quanto incrementi la solitudine del soggetto. Fa pensare che oggi queste forze, che a livello internazionale vanno a braccetto con le ideologie neosocialiste, possano poi alzarsi in piedi nel momento in cui c’è da difendere la coesione sociale o da promuovere nuove forme di vita comune sostenibile: se tu mi rendi indipendente da tutto, dicendomi che ogni persona che mi avvicina mi può influenzare e quindi violare, allora poi vorrei che tu mi spiegassi come faccio a imparare quella fiducia – quell’amicizia sociale di cui parla il Papa – che è necessaria per essere una comunità. Separare la natura dalla cultura significa, dunque, separare l’individuo dalla comunità. Reciderlo dalla terra, renderlo veramente libero e, quindi, tremendamente solo.

Infine, una parentesi non da poco: come sta insieme quest’approccio alla vita con la cultura cinese, con la cultura russa, con il sentire latino, con le grandi culture dell’Africa e dell’Asia? Non è che questo ennesimo sviluppo del pensiero occidentale sia parte del perverso sistema che da circa duecento anni sabota e conduce al suicidio l’Occidente stesso? Non è che questa volontà ferrea di strappare l’uomo dalla propria cultura sia una patologia dell’Occidente in cui nessuna cultura del pianeta sarà mai disposta a seguirci? Non è che, come diceva papa Benedetto, alla fine lo scontro sarà tra una visione radicalmente atea dell’uomo – dove ateo significa senza legami – e una visione radicalmente religiosa dell’io – dove religiosa qui significa completamente determinata da un nominalismo ideologico?

Sembra assurdo, è vero, ma in fondo stiamo seriamente parlando di come rivolgerci ad un bambino. Abbiamo talmente dimenticato come si parla al cuore dell’uomo che abbiamo deciso, per non sbagliare, di lasciarlo in un eterno e immutabile silenzio. Abbiamo scelto morte invece di scegliere il rischio della vita.

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