Foibe, da Sanremo alla nuova Auschwitz

- Maurizio Vitali

Si rattrappisce, il ricordo, e si vanifica, se non stimola l’amore alla verità più che al proprio pregiudizio e l’accoglienza dell’altro

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Giorgia Meloni al Monumento nazionale di Basovizza per il Giorno del Ricordo delle vittime delle Foibe (Ansa)

“Se la sono cercata”. Sottinteso: gli americani, con George W. Bush in testa. Queste le prime parole di una collega mentre eravamo tutti, in redazione, quel pomeriggio dell’11 settembre 2001, inorriditi e increduli davanti alle immagini trasmesse in tv del crollo delle Twin Towers in fiamme per l’impatto degli aerei suicidi dei terroristi di Al Qaeda (3mila morti, 6mila feriti). “Se la sono cercata”. Parole tremende, a pensarci. Pronunciate peraltro da una signora, sì di sinistra e anti-americana, ma d’animo mite e tutt’altro che fanatica. Intendeva sostenere che anche gli americani avevano le loro colpe, anzi le avevano commesse “prima” del terribile attentato di Al Qaeda, e fin qui possiamo assentire, che dunque sarebbe da comprendersi come reazione. E qui dissentiamo.

La contestualizzazione storica degli eventi è certo un dovere di conoscenza; altra cosa è però stabilire una concatenazione meccanica di causa ed effetto tale da giustificare, almeno parzialmente, ogni nefandezza come “fallo di reazione”. Nefandezza, beninteso, che sia commessa contro la Causa prima, il nemico politico, in cui si voglia vedere incarnato il Grande Satana o il Male Assoluto.

Questa posizione ci anestetizza poco o tanto di fronte al colpo e alle domande che feriscono il nostro cuore di fronte alla violenza e all’ingiustizia. Meglio stare in guardia di fronte a questo grave rischio che ci rende irragionevoli e sordi. Anche perché, prima di diventare una malizia da grandi, è questa una tentazione di ogni uomo fin da piccolo: “Suora, è stato prima lui”, così si cercava di deviare il colpo del rimprovero che ci rivolgeva la maestra di catechismo per le non gravi ma piuttosto frequenti indisciplinatezze.

Le foibe e come si para il colpo

Come è ormai noto e riconosciuto, tra il 1943 e il 1947 qualche migliaio di italiani furono trucidati e gettati nelle foibe dai partigiani comunisti jugoslavi agli ordini di Josip Broz detto Tito. In parte erano fascisti, in parte funzionari pubblici, in parte semplici civili, donne e bambini che con Mussolini non avevano proprio nulla a che fare. “Manifestazioni di brutalità di tipo militare”, fu a suo tempo il giudizio di Stefano Rodotà buonanima, che Beppe Grillo avrebbe voluto al Quirinale. E il pidiessino Gianni Cuperlo, che non nega per nulla le foibe e la atrocità commesse dai titini, le inscrive nella “contro-repressione” dei partigiani jugoslavi. Contro-repressione. Siamo ancora lì: “Suora, è stato prima lui… è stato prima Mussolini”.

Un altro modo di deviare il colpo è indicare come unica vera causa della strage e del successivo esodo giuliano-dalmata (circa 250mila italiani) il nazionalismo, peccato ideologico che fu di Tito ma – “prima” – del Duce e che oggi è, s’intende, attribuibile alle destre, così da poter tenere con gli adusati argomenti la solita polemica. Le foibe furono il momento più atroce di “un sistema di pulizia politica perpetrata dai partigiani di Tito contro chiunque potesse opporsi all’annessione di territori italiani alla futura Jugoslavia, compresi i convinti democratici antifascisti…. La pulizia politica si mescolò a quella etnica”. Questo non è il giudizio di un politico destrorso, ma di Giovanni Battista Padoan, fondatore nell’ottobre 1943 del primo reparto partigiano comunista del Friuli, commissario politico della Divisione Garibaldi-Natisone, 3.500 uomini in armi che accettarono la dipendenza operativa dal Comando del Corpo d’Armata jugoslavo di Tito (intervista con Fausto Biloslavo, Il Giornale, 18 agosto 1996).

Insomma, la tragedia delle foibe fu espressione di un nazionalismo virulento a cui l’ideologia totalitaria del comunismo diede allora copertura e legittimazione.

Il muro del silenzio

Del resto fu questo aspetto – le responsabilità di un leader comunista, Tito – a innescare la macchina del silenzio che per decenni ha fatto dimenticare quella tragedia. Il Pci di Togliatti non poteva mettersi contro Stalin. Anche la Dc non aveva troppo interesse ad agitare la faccenda, per non attirarsi sospetti di filo-fascismo; quando poi Tito prese le distanze da Mosca, l’interesse era di farselo amico, quindi meglio non rivangare. La politica naviga anche in queste acque, non è poi così strano. Fa più specie la codardia o la faziosità della maggior parte degli storici del dopoguerra.

Ma adesso finalmente la cortina del silenzio è stata rotta. Sanremo ha coronato lo sdoganamento delle foibe, iniziato pian piano vent’anni fa con la legge istitutiva del Giorno del Ricordo (2004), i primi messaggi del presidente Ciampi, poi gli interventi coraggiosi di Napolitano (che indicò il dovere di “assumerci la responsabilità di aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica”), fino al discorso dell’altro giorno di Mattarella e alla prima visita di un presidente del Consiglio, Giorgia Meloni,  al monumento nazionale della Foiba di Basovizza.

La parole di Mattarella sono così chiare e giuste che vale la pena rileggerle: “La ferocia che si scatenò contro gli italiani in quelle zone – ha scandito il capo dello Stato – non può essere derubricata sotto la voce di atti, comunque ignobili, di vendetta o giustizia sommaria contro i fascisti occupanti; il cui dominio era stato – sappiamo – intollerante e crudele per le popolazioni slave, le cui istanze autonomistiche e di tutela linguistica e culturale erano state per lunghi anni negate e represse”. “Le sparizioni nelle foibe – ha aggiunto – o dopo l’internamento nei campi di prigionia, le uccisioni, le torture commesse contro gli italiani in quelle zone, infatti, colpirono funzionari e militari, sacerdoti, intellettuali, impiegati e semplici cittadini che non avevano nulla da spartire con la dittatura di Mussolini. E persino partigiani e antifascisti, la cui unica colpa era quella di essere italiani, di battersi o anche soltanto di aspirare a un futuro di democrazia e di libertà per loro e per i loro figli, di ostacolare l’annessione di quei territori sotto la dittatura comunista”.

Da Sanremo alla nuova Auschwitz

Sanremo ha definitivamente sdoganato il Ricordo. Ma non può essere finita lì. Il ricordo si rattrappisce se non ci riempie della consapevolezza così bene espressa dalla canzone La nuova Auschwitz di Claudio Chieffo: “…ora sono tornato ad Auschwitz dove ci è stato fatto tanto male, ma non è morto il male del mondo e noi tutti lo possiamo fare”. Si rattrappisce, il ricordo, e si vanifica, se non stimola l’amore alla verità più che al proprio pregiudizio e l’accoglienza dell’altro. Che si tratti di Ucraina o di Gaza. O financo del condomino rompicoglioni.

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