Se la mancanza di affetto nuoce alla democrazia

- Fernando De Haro

Tra poco più di due mesi si terranno le elezioni europee e sembra che a dettare le scelte degli elettori siano i loro timori principali

Parlamento Ue
Parlamento Ue a Strasburgo (Ansa, 2024)

Si avvicinano le elezioni europee. Tra poco più di due mesi saremo chiamati alle urne. I sondaggi indicano un’avanzata dei partiti più a destra. Queste formazioni sono riunite in due gruppi al Parlamento europeo: Identità e Democrazia (Id) e Conservatori e Riformisti Europei (Ecr). I tre partiti dell’Id sono in testa ai sondaggi in Francia, Olanda e Belgio e sono accreditati di otto deputati in più rispetto alla legislatura precedente. L’Ecr otterrebbe 76 deputati, 14 in più rispetto alle ultime elezioni. Alcuni media, con questi dati, hanno indicato che l’ascesa di Id ed Ecr farà dell’estrema destra la seconda forza. È un’interpretazione fuorviante perché mette nello stesso paniere formazioni molto diverse: non si può paragonare, ad esempio, la spagnola Vox con la tedesca Afd.

Il populismo di questi partiti presenta dei pericoli. Ma se i sondaggi hanno ragione, non c’è da temere che la costruzione europea entri in crisi. Il Rassemblement National di Le Pen non è più il partito che sosteneva l’uscita immediata dall’Ue. Dall’autunno 2022 Fratelli d’Italia presiede il Governo a Roma e da allora non si è distinto per una politica particolarmente bellicosa nei confronti di Bruxelles.

Sondaggi simili a quelli che vedono in salita Id ed Ecr mostrano che il voto non è più determinato dal vecchio schema sinistra/destra, ma dai timori degli elettori. Se la loro paura principale è il cambiamento climatico, voteranno verdi o sinistra. Se vedono la propria identità minacciata dall’arrivo dei migranti, voteranno per i partiti estremi. Più che di partiti di destra radicale dovremmo parlare di partiti identitari, di partiti anti-immigrazione.

L’emergere di questo fenomeno è stato spiegato da un eccesso di emotività nella vita politica. I legami sociali sono sempre più emotivi, meno razionali e si formano comunità segnate dalla paura. Ci troveremmo di fronte agli effetti di una democrazia sentimentale. I sentimenti negativi prodotti dall’insoddisfazione dei diversi gruppi sociali si trasformano in forme di appartenenza tossica o reattiva. Una volta distrutti i valori dell’Illuminismo – il minimo etico universale – ciascuno intende, o meglio sente, la convivenza a modo suo. E questo, secondo alcuni, genera un coro di voci liquide che non riconoscono alcuna verità. Vent’anni fa Willy Jou e Vincenzo Meloni pubblicarono un lavoro sull’International Political Science Review in cui evidenziavano il legame tra radicalismo e ricerca della felicità.

In realtà, però, questa idea che l’intensità emotiva blocchi la possibilità di accesso alle ragioni della convivenza è ancora un effetto del razionalismo, in questo caso politico. Non ci sono sentimenti in eccesso, al contrario, manca affetto, un affetto migliore. L’affetto non chiude la conoscenza che rende possibile la democrazia, ma la apre. È la mancanza di affetto, un affetto realizzato, che genera il populismo. La mancanza di affetto compiuto porta ad attribuire alla partecipazione al potere, alla politica, la funzione di protesta assoluta. La politica è espressione dell’irritazione per l’insoddisfazione del mondo o la ricerca di realizzare un progetto che permetta finalmente di raggiungere la felicità. La colpa viene attribuita agli immigrati, al cambiamento climatico, ai burocrati di Bruxelles, alla secolarizzazione, al patriarcato, a qualsiasi aspetto della vita in cui si possa sfogare l’insoddisfazione emotiva.

Per fare una politica equilibrata e realista dobbiamo lasciarci alle spalle l’ansia causata dalla mancanza di affetto. È inutile voler recuperare una verità universale e condivisa per fondare la democrazia ripetendo enunciati. Ogni comunità, ogni persona, ha il compito di ricercare come le emozioni aprano a semantiche che permettano di convivere con gli altri.

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