Un imprevisto nel cuore del buio

- Simone Riva

Gli apostoli si erano asserragliati nel cenacolo, impauriti. Proprio come noi. Ma Gesù venne, nella sua forma di esistenza nuova, e da quel momento tutto cambiò

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Caravaggio, Incredulità di San Tommaso (1601), particolare

“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: ‘Pace a voi!’. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.

Il Vangelo di Giovanni, che la Liturgia propone in questa seconda domenica di Pasqua, descrive una scena che fotografa la situazione che stiamo vivendo nel mondo e, spesso, anche nel nostro quotidiano. Gli apostoli, sotto minaccia, sono chiusi a doppia mandata nel cenacolo. Tutto fa pensare a un grande fallimento. La paura regna sovrana e nessuno si muove. Nel cuore di questo buio, però, all’improvviso accade qualcosa di insperato: arriva Gesù. Giovanni descrive i particolari di questa venuta: a porte chiuse, sta in mezzo, dona la pace, mostra i segni della passione.

Anzitutto il dettaglio delle porte chiuse. Cristo risorto, entrato ormai nella dimensione definitiva dell’umano, non ha più i vincoli di spazio e tempo che, invece, noi abbiamo. Ciò che per noi è chiuso per Lui non lo è più. Si pone in mezzo ai discepoli. Il suo posto, d’ora in poi, sarà quello: in mezzo. Da qualsiasi parte uno guardi, se lo cerca, lo potrà vedere. Come scrisse Chiara Lubich: “Non si tratta di credere a Lui presente solo per fede, perché Lui l’ha detto. No: Gesù fra noi, se c’è, si fa sentire, se ne può avere l’esperienza” (Conversazioni, Città Nuova, 2019, pag. 580-1).

Le prime parole del Signore risorto, inoltre, sono per garantire il dono della pace. Non è un saluto di circostanza, ma ha tutte le caratteristiche di un dono. Sono parole che prima non aveva detto: solo con la risurrezione si può pensare che la pace non rimanga un’illusione o, peggio, il frutto dei nostri sforzi. A conferma di questo, mostra le mani e il fianco trafitti. Elimina così ogni estraneità tra Lui e i suoi indicando il luogo fisico in cui trovano pace tutte le ferite umane: le sue piaghe. Ha voluto tenerle, definitivamente, come segno indiscutibile della verità della sua persona e pertugio di misericordia, segno del fatto che non ha sistemato un mondo in rovina, ma ne ha inaugurato uno nuovo, quello della civiltà dell’amore.

San Giovanni Paolo II volle questa domenica dedicata proprio alla Divina Misericordia. Nel 2001, durante l’omelia per questa stessa occasione, disse: “Tu bruci dal desiderio di essere amato, e chi si sintonizza con i sentimenti del tuo cuore apprende ad essere costruttore della nuova civiltà dell’amore. Un semplice atto d’abbandono basta ad infrangere le barriere del buio e della tristezza, del dubbio e della disperazione. I raggi della tua divina misericordia ridanno speranza, in modo speciale, a chi si sente schiacciato dal peso del peccato”.

La risurrezione, potremmo dire, è per uomini e donne audaci che bruciano dal desiderio di essere amati. Così le porte si aprono, non siamo più noi al centro del mondo, la pace non è un’illusione, le nostre ferite hanno una casa. Tutte le sfide che dobbiamo affrontare, afferrate da questa Presenza, non potranno più farci paura, se non quella di trovare più comode le stanze sigillate delle nostre tenebre. La gioia dei discepoli nel vedere il Signore diventerà, perciò, anche la nostra.

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