25 APRILE/ La vera Liberazione non può rimanere ostaggio di Destra e Sinistra

- Alberto Leoni

La festa della Liberazione è occasione, ogni anno, per manifestazioni sempre peggiori che hanno una sola radice: l’ignoranza più crassa, in molti casi addirittura dolosa

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Il manifesto lanciato dai Giovani del Pd in occasione del 25 aprile (Foto da Twitter)

La festa della Liberazione è occasione, ogni anno, per manifestazioni sempre peggiori che hanno una sola radice: l’ignoranza più crassa, in molti casi addirittura dolosa.

Non poteva non distinguersi in questa corsa verso il baratro del nulla il Partito democratico, erede spurio del Partito comunista italiano: il partito di un Berlinguer che esortava i giovani a impegnarsi al massimo nello studio. Ebbene, pochi giorni fa i giovani del Pd sono usciti con un fantasmagorico manifesto inneggiante alla Liberazione con le parole di una canzone di Angelo Bertoli ma con la foto che ritrae una scena romantica tra due giovani fascisti.

E qui la sinistra sconta il suo peccato originale: quello, cioè di non aver mai cercato uno studio serio sulle dinamiche militari della Resistenza, rifugiandosi nel mito dei “samurai con la stella rossa”, narrato da Un popolo alla macchia di Luigi Longo. Chiunque abbia un minimo di conoscenze sulle uniformi avrebbe subito individuato il berretto e la giubba delle Brigate nere ma, si sa, interessarsi di storia militare è da “fascisti”. E, in ogni caso, va ricordato per l’ennesima volta che i partigiani non cantarono mai “Bella ciao” ma “Fischia il vento” con le parole dell’eroico Felice Cascione.

La Destra ha provveduto a fare ben di peggio, con la proposta di Ignazio La Russa di fare una festa non divisiva, cantando la “Canzone del Piave” al posto di “Bella ciao” e commemorando i caduti di tutte le guerre, resistenti e fascisti, oltre ai morti per Covid-19. Ci si permetta una modesta proposta: aggiungiamo anche i caduti sul lavoro e i morti negli incidenti stradali. La proposta di Fratelli d’Italia può essere paragonata allo “zuppone alla porcara” del film I nuovi mostri con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, dove viene servito un minestrone in cui finiscono sigari spenti e scarpe vecchie  e i commensali ne degustano “il sapore di una volta”. Questa è l’idea di storia che alligna nella Destra oggi, prigioniera anch’essa di un mito parallelo a quello della Sinistra: che la Resistenza sia stata una faida tra rossi e neri. Un mito utilissimo agli uni e agli altri, perché legittima tutto e tutti: legittima i torturatori fascisti come i partigiani che uccisero più fascisti dopo il 25 aprile 1945 di quanto avessero fatto prima.

Fatto sta che, oggi, dirsi “antifascista di destra” appare un ossimoro, mentre durante la Resistenza fu la norma, laddove per Destra si intendano ideali moderati, cristiani e monarchici.

Un conteggio, forzatamente approssimativo, delle formazioni partigiane al 25 aprile 1945 fa risaltare un 45 per cento  di brigate “Garibaldi” a guida comunista mentre le altre sono di Giustizia e Libertà (Partito d’azione di stampo mazziniano), socialiste, cattoliche, soprattutto “autonome”, senza riferimenti a partiti, di indirizzo monarchico e guidate da militari. 

Alla resistenza militare vanno aggiunte però altre componenti della Resistenza che non vengono mai nominate nelle celebrazioni e che, essendo composte in massima parte da militari, è ragionevole pensare di orientamento monarchico o moderato. Eccole:

1. le forze armate italiane sia dopo l’armistizio del 1943 (77 medaglie d’oro e 20mila caduti) sia nel periodo successivo, che va dal dicembre 1943 fino alla fine della guerra (67 medaglie d’oro al valor militare e 3mila caduti); 

2. i 600mila militari deportati in Germania, che si rifiutarono di entrare nell’esercito di Salò pur patendo fame e malattie, di cui morirono in 40mila: fu grazie a loro che la Germania non poté costituire altre divisioni da mettere in campo per tentare di cambiare il corso della guerra;

3. i militari italiani all’estero, in Grecia e Jugoslavia (27 medaglie al valore e 10mila caduti).

Questo per la Resistenza armata. Esiste poi la Resistenza disarmata, dove migliaia di italiani rischiarono e ci rimisero la vita per salvare partigiani, ebrei, prigionieri e fuggiaschi. Vi parteciparono laici come Carlo Angela, padre del notissimo Piero, e cattolici in grande maggioranza come il grande Gino Bartali. Ci sono intere biblioteche a narrare le imprese delle “Aquile randagie” che appartenevano ai soppressi boy scout, a Odoardo Focherini, alla rete di Padova che faceva capo a padre Placido Cortese, torturato a morte alla Risiera di San Sabba e tanti altri ancora. La partecipazione cattolica è testimoniata da un esame delle lettere contenute nel sito ultimelettere.it, un’opera benemerita e fondamentale che tutti dovrebbero conoscere. Ebbene, su 574 nominativi di resistenti, ben 233 dichiarano la propria fede religiosa nelle proprie lettere. 

La storia è molto più complessa di quanto la Sinistra e la Destra attuali credano. In attesa di vedere un’improbabile approfondimento sul tema, le singole persone possono fare ciò che, personalmente, ho sentito il dovere di fare qualche anno fa: partecipare alla manifestazione del 25 aprile con la bandiera italiana (ma appendendo al balcone anche le bandiere degli Alleati che hanno liberato l’Italia) e poi andare al campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano dove sono sepolti alcuni dei caduti della Repubblica Sociale. Là sono sepolti eroi come il maggiore Adriano Visconti, asso della caccia repubblicana, che difese le città dai bombardamenti alleati e fu vigliaccamente assassinato nella caserma di via Vincenzo Monti; e la medaglia d’oro Carlo Borsani, rimasto cieco in Grecia, che sempre aveva cercato la pacificazione degli animi e che fu assassinato in piazzale Susa. E andrebbe ricordato anche il povero Nicola Bombacci, fondatore del Partito comunista, di nulla colpevole se non di un’errata interpretazione del socialismo: un “reato” che, se fosse punibile con la morte, avrebbe portato alla decimazione della classe politica e culturale italiana.

Sicuramente vi sono altri uomini e donne degne di memoria nel campo n. 10 perché la Storia è complessa. Agli uomini e agli storici di buona volontà il compito di fare giustizia, sempre, però ricordando una cosa fondamentale: che il 25 aprile, data dell’insurrezione contro il nazifascismo, resta la base ideale e culturale della nostra nazione, di tutta la nazione, perché riprende, nel modo migliore, anche gli ideali risorgimentali. Un fatto che la destra e il centrodestra italiani fanno sempre più fatica a riconoscere e che non fa ben sperare nel futuro della nostra nazione.

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