40 ANNI DI MEETING/ Quel seme capace di creare un luogo di incontro universale

- Francesco Inguanti

Le parole di due testimoni, provenienti dalla Lombardia, della prima edizione del Meeting di Rimini, avvenuta nel 1980

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Il porto di Rimini (Foto di Mario Ierardi da Pixabay)

Nel dare la parola ad alcuni che hanno preso parte alla prima edizione del Meeting di Rimini, 40 anni fa, oggi ascoltiamo altri due testimoni, che abitavano in Lombardia.

Nel 1980, vivevo ancora in Lombardia (adesso sono parroco a Palermo da molti anni), quando fui raggiunto, insieme a tutti i membri di Comunione e Liberazione, dalla proposta di partecipare al Meeting che veniva lanciato nella città di Rimini. Partii in macchina con alcuni amici di Vergiate (Varese).

Partii entusiasta e con la consapevolezza che si trattava di un’iniziativa importante, anche se non mi era del tutto chiara. Importante perché il gesto voleva rendere visibile che l’esperienza cristiana non è estranea a nessun uomo e nessun luogo, anche quella considerata più lontana. Rimini allora nell’immaginario collettivo rappresentava il luogo del divertimento e della vacanza spensierata. Giunsi con i miei amici nei locali della vecchia fiera: c’era un gran movimento, lì si svolgevano varie manifestazioni, era un luogo facile che favoriva l’incontro con tante persone di tutti i luoghi e di tutto il mondo. Onestamente non ricordo i dettagli, ma mi sembrò che tutto il mondo fosse rappresentato.

Subito ho avuto la possibilità di essere coinvolto come volontario, per un giorno, nel mettere ordine e fare pulizia nei vari luoghi della fiera: salone, sale e servizi igienici. Ho vissuto tutto con contentezza e letizia. Francamente, ribadisco che non ricordo dettagli e singoli contenuti, ma c’era l’espressione della vita di Comunione e Liberazione in quel momento storico.

Tornai a casa con i miei amici il giorno seguente, di notte, con l’intuizione, confermata in questi 40 anni, di aver partecipato a qualcosa di significativo per le nostre persone e che avrebbe segnato la vita non solo della città di Rimini. Certamente non ero in grado di prevedere lo sviluppo che quel fatto avrebbe avuto, ma vivevo, come la stragrande maggioranza dei miei coetanei, della certezza che si andava a costruire qualcosa di utile per la vita e l’avvenire di tutti. Non c’era scetticismo, ma ingenua baldanza. In realtà, è un prodigio grande che il Meeting colori ancora oggi l’estate italiana.

I contenuti e gli eventi del Meeting hanno fatto parlare e ragionare durante queste 40 estati. Sì, in Italia si è data più importanza ai fatti politici, ma molti di noi siamo stati provocati nell’avventura dai contenuti ecclesiali, culturali, estetici, economici suggeriti dal Meeting. Il Meeting di Rimini è uno dei luoghi d’espressione culturale del nostro Paese, dell’Europa e del mondo. Veramente coloro che hanno avuto l’intuizione hanno seminato bene, meritano gratitudine e ringraziamento. Per quanto mi è dato constatare, noto sempre il tentativo di entrare nel vivo delle questioni umane decisive, facendo i conti con le problematiche nuove.

Certo in 40 anni tante cose sono cambiate, tanti protagonisti non ci sono più. Il mondo via via si è complicato, le questioni non sono semplici ma non noto remissività; c’è in realtà una gran voglia di stare nella partita della vita e della storia.

Don Carmelo Vicari (Palermo)

Perché partecipò alla prima edizione del Meeting?

All’epoca lavoravo nella casa editrice Jaca Book, che era uno dei soggetti fondatori del Meeting e mi fu chiesto di essere presente in quei giorni in quanto il direttore dell’Editrice era impossibilitato a essere presente. La presenza in sé nacque quindi da un’esigenza contingente, anche se ero stato coinvolto in qualche fase della preparazione dell’evento.

Che percezione ebbe di quell’evento che era appena all’inizio?

Quella di una potenziale grande apertura; venivamo da anni in cui il clima di scontro ideologico aveva dominato, sfociando anche in una deriva violenta. Il Meeting si poneva come una proposta, in quel contesto, rivoluzionaria: un invito ad ascoltare, a parlarsi, a conoscere, a costruire una società più umana con il contributo di tutti, al di là delle differenze di storia e di culture, anzi, trasformando queste differenze in una occasione di ricchezza.

Che ricordo particolare ha di quei giorni: incontri con persone, fatti significativi, ecc.?

Il primo ricordo è la sensazione di attesa e di curiosità che vivevamo il primo giorno, quando al mattino stavamo di fronte ai cancelli pronti per l’apertura: quanti sarebbero venuti, come si sarebbero sviluppati i giorni a seguire, come sarebbe stata accolta quella proposta di incontri, mostre, spettacoli? Poi basta rivedere il programma di quell’edizione perché tornino alla mente i volti di artisti come William Congdon e Claudio Pastro, i personaggi del dissenso russo come Maksimov e Bukovskij, il cecoslovacco Belohradsky, Irina Alberti; tutte persone che hanno segnato la storia del secolo scorso, e che rimarranno impressi nella mia memoria.

Era possibile in quella circostanza prevedere lo sviluppo dei 40 anni successivi?

Avevamo tutti una grande speranza, ma nessuna certezza che ci potesse essere un futuro come quello che è stato. La nostra certezza era che stavamo proponendo un metodo di guardare alla realtà e al mondo capace di abbracciarlo tutto. Il metodo che ci aveva insegnato don Giussani e che aveva cambiato le nostre vite; per questo volevamo mostrarlo in atto a tutti.

Quale particolare contributo ha dato a suo giudizio il Meeting al dibattito culturale in questi 40 anni?

Il contributo a mio parere è stato, e continua a essere, proprio questa possibilità di uno sguardo aperto a tutta la realtà, che non ha paura di confrontarsi con chiunque nel rispetto e nell’ascolto reciproco. E oggi mi sembra che questo contributo sia più che mai necessario.

A suo giudizio l’entusiasmo e lo spirito “pioneristico” degli inizi si conserva ancora oggi?

Credo che basti osservare i tremila volontari che tengono letteralmente in piedi la manifestazione per rispondere di sì. Non c’è generosità o organizzazione che resista per così tanto tempo conservando intatto lo spirito di sacrificio che li anima. È evidente che quella che vivono, e che trasmettono, le persone che collaborano al Meeting, a tutti i livelli, è un’esperienza che li arricchisce personalmente e che muove in loro il desiderio di comunicarla. Si crea così quel circolo virtuoso di amicizia vissuta, tra visitatori, organizzatori e ospiti che è davvero unico.

Sandro Chierici (Milano)



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