75 MLD SUL CONTO DELLO STATO/ Perché non usarli per aiutare le imprese?

- int. Domenico Lombardi

Diminuisce, ma resta elevato il saldo di Tesoreria: 75,4 miliardi a fine settembre che potrebbero essere destinati all’economia reale

Palazzo_Chigi_Lapresse Palazzo Chigi (LaPresse)

Ci siamo già occupati in passato dell’anomalo saldo di Tesoreria, il conto corrente che lo Stato detiene presso la Banca d’Italia con cui gestisce gli incassi e i pagamenti, che si è accresciuto in maniera considerevole a partire dal periodo del lockdown per arrivare a sfiorare i 98 miliardi di euro alla fine di agosto. È ancora Domenico Lombardi, ex consigliere economico del Fmi, ad aggiornarci su tale dato, spiegandoci che «a fine settembre si attesta a 75,4 miliardi. Sebbene in diminuzione rispetto al mese precedente, che rappresenta un picco unico nella storia recente, resta un saldo significativamente alto in termini assoluti e anche relativi. Basti pensare che a fine settembre 2019 era pari a 15,7 miliardi».

Un saldo così alto potrebbe rispondere a ragioni precauzionali, vista l’incertezza che c’è e le spese che lo Stato potrebbe dover fare nei prossimi mesi.

Questo è vero, ma tale livello stride con l’enorme fabbisogno di liquidità di interi settori dell’economia. Senza dimenticare che si sta continuando a chiedere di ricorrere al Mes quando il Tesoro potrebbe attingere subito e senza costi a una cifra praticamente doppia che giace sul suo conto corrente. Ci sono poi almeno altri due aspetti da considerare.

Quali?

Il primo è che il saldo di Tesoreria non solo è liquidità infruttifera, ma il deposito ha un tasso oneroso. Il secondo è che la macroeconomia non è riducibile e riconducibile all’economia di un nucleo familiare. Tenere quindi una riserva di liquidità molto elevata quando ampi settori produttivi sono affamati di liquidità vuol dire infliggere ulteriori danni all’economia.

Secondo lei il saldo di Tesoreria diminuirà anche nei prossimi mesi?

Mi aspetto che lo faccia, perché alla fine dell’anno si cerca di presentare un rapporto debito/Pil che sia il più ottimale possibile.

Agli occhi dei mercati o della Commissione europea?

I mercati conoscono bene i numeri, quindi “l’aggiustamento” del rapporto debito/Pil ha una valenza più politica, perché tale parametro viene utilizzato sui vari tavoli per una valutazione della situazione macroeconomica del Paese. Anche lo scorso anno il saldo di Tesoreria è sceso dai 15,7 miliardi di settembre agli 11,5 di dicembre. Con tutta probabilità tale trend si ripeterà anche quest’anno. Non sappiamo però se il ridimensionamento di questo saldo – che, come detto, rispetto al passato è molto importante – sarà lieve o consistente.

Visto che stiamo parlando di finanza pubblica, cosa pensa delle previsioni contenute nel quadro programmatico della Nadef?

Mi sembra che scontino un’incertezza fondamentale relativa al fatto che ancora non abbiamo un’idea precisa di come andrà l’economia italiana, caratterizzata da profonde vulnerabilità e fragilità, assai superiori a quelle delle altre economie europee. È pertanto difficile dire con che velocità si rimetterà in movimento, che soglie di crescita raggiungerà. Il tutto in un contesto in cui per gestire gli effetti della pandemia si è posta più enfasi sull’erogazione di sussidi che non su importanti riforme strutturali che restano ancora da introdurre e che potrebbero dare più spinta alla crescita.

Il Governo prevede di portare il rapporto deficit/Pil al 3%, soglia importante a livello europeo, nel 2023. È una mossa giusta?

Si tratta di un obiettivo programmatico su cui occorrerà poi confrontarsi in sede europea nel momento in cui verrà reintrodotto il Patto di stabilità. Il problema è che la scelta di tale momento terrà più conto delle condizioni generali dell’economia europea che non di quella italiana. Data la situazione strutturale di fragilità della nostra economia, mi aspetto che molte altre economie europee ricomincino a mostrare segni positivi di crescita, di ripresa, prima. Questo potrebbe quindi portare a una reintroduzione del Patto di stabilità quando ancora l’Italia non si sarà realmente ripresa.

Si può dire allora che nelle scelte fatte sul saldo di tesoreria e sulle previsioni contenute nella Nadef il Governo si sia preoccupato più dell’Europa che non dell’economia reale?

A mio avviso c’è uno scollamento tra quella che è la realtà socio-economica del Paese e quelli che sono i documenti programmatici del Governo. Probabilmente assisteremo a delle revisioni in corso d’opera delle stime per rispecchiare una realtà che è assai più fragile di quanto appaia dai documenti ufficiali.

A quel punto si mostreranno parametri di finanza pubblica peggiori o si adotteranno misure restrittive per cercare di rispettare le previsioni fatte?

Questo dipenderà anche dalla flessibilità che l’Europa ci accorderà. Una flessibilità che potrebbe però essere penalizzante per noi, perché ora c’è una situazione di emergenza che è condivisa da tutte le economie europee, ma quando queste cominceranno a ripartire prima e meglio della nostra, ci ritroveremo in una situazione negoziale sfavorevole.

Se il rischio è che i conti pubblici peggiorino, allora è meglio evitare di ricorrere al Mes sanitario, un prestito che, seppur a tassi ridotti, va restituito?

Guardi, il punto è che i 36 miliardi che ci verrebbero concessi con il Mes li abbiamo già in cassa. E comunque se l’Italia avesse bisogno effettivamente di maggiore liquidità, quella cifra sarebbe come una goccia nel mare.

(Lorenzo Torrisi)





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