FINANZA E MANOVRA/ “Deficit, Pil e tasse: i buchi nella Nadef”

- int. Luigi Campiglio

La Nadef sembra preoccuparsi di fissare un percorso di riduzione del debito pubblico più che di puntare alla crescita del Pil

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Roberto Gualtieri (Lapresse)

Potrebbe presto sbloccarsi la trattativa europea sul Next Generation Eu, fondamentale per i progetti che il Governo intende inserire nel Recovery plan e per ultimare la stesura della Legge di bilancio. Prima per l’esecutivo ci sarà da affrontare l’esame parlamentare della Nota di aggiornamento al Def. Come riporta Il Sole 24 Ore, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, al termine della riunione dell’Ecofin di martedì, come in una sorta di audizione anticipata, ha evidenziato che il -9% di Pil per quest’anno potrebbe essere corretto al rialzo e che la traiettoria di crescita per i prossimi anni potrebbe anche essere più vivace di quella inserita nella Nadef: merito di un rimbalzo dell’economia nel terzo trimestre superiore alle attese e di una serie di aspetti tecnici, specialmente sul fronte fiscale e della spesa per interessi sul debito. Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, evidenzia subito che secondo le previsioni della Nadef «per tornare ai livelli di Pil del 2019, circa 1.790 miliardi di euro, dopo una caduta quest’anno di circa 170 miliardi, dovremo aspettare la fine del 2022, quando arriveremo a 1.850 miliardi. La Germania, invece, prevede di tornare ai livelli del 2019 già alla fine dell’anno prossimo».

In generale come giudica la Nadef?

Non saprei dire di che cosa si preoccupa di più, ma certamente del fatto che il Patto di stabilità e crescita, attualmente sospeso, riprenderà non appena la situazione si normalizzerà, attraverso la scoperta e la diffusione del vaccino per il Covid, cosa che nella Nadef si presume avverrà a metà dell’anno prossimo. L’obiettivo di questo documento alla fine sembra essere di tornare a una dinamica della finanza pubblica compatibile con la riduzione del rapporto debito/Pil.

Eppure si prevede di tornare ai livelli di debito/Pil pre-Covid alla fine del decennio…

Sì, ma nel frattempo si prevede di portare il rapporto deficit/Pil al 3%, con un ritorno all’avanzo primario, nel 2023. E certamente per gli anni successivi non ci potrà che essere un disavanzo minore.

Bisognerebbe allora pensare a una traiettoria diversa di riduzione del deficit?

Questa epidemia non è una fase sfavorevole del ciclo, ma è un’emergenza mondiale. Questo però non traspare nella Nadef, altrimenti probabilmente si prevederebbero percorsi alternativi. Per esempio, si potrebbe pensare di attendere un anno in più per tornare a un deficit al 3% del Pil in modo di avere risorse, magari pari all’1% di Pil, per grandi investimenti che aumentano la produttività del Paese. Fino a che non cambierà il modo di calcolare l’output gap, avremo un deficit strutturale penalizzante. Oltretutto, l’avanzo primario, come dimostrano gli ultimi vent’anni in cui l’abbiamo avuto, non basta a far scendere il rapporto debito/Pil. Occorre che il tasso di crescita sia maggiore dei rendimenti che si pagano sul debito o, se vogliamo metterla diversamente, che non sia il più basso tra quelli dei Paesi dell’Ue.

Il ministro dell’Economia ha fatto capire che ci potrebbe essere una crescita superiore a quella prevista nella Nadef. Cosa ne pensa?

Se questo è il pensiero di Gualtieri non appare certo nella Nadef, che già di suo non dice molto su come si potrà arrivare alla crescita prevista. Si parla di Green deal, digitalizzazione, senza andare oltre termini piuttosto vaghi. Si parla di ripresa dei consumi e diminuzione del risparmio. Tuttavia è nota a tutti la situazione di sofferenza economica delle famiglie e bisognerebbe chiedersi se la smobilitazione di questo risparmio può andare realmente verso utilizzi produttivi. Si parla infine di ripresa degli investimenti con tassi di crescita più elevati rispetto a quelli dei consumi. Come si fa a immaginare in questa situazione una spinta alla crescita che sia privata?

Magari il riferimento è agli investimenti pubblici possibili con le risorse del Recovery fund…

Può essere, ma bisognerebbe essere più specifici. Se c’è un aspetto che caratterizza questa crisi italiana è il crollo degli investimenti privati e pubblici, quindi servirebbe un po’ di serietà nel definire in un modo più chiaro quali sono le direzioni di questi investimenti. Vanno verso la scuola? Verso la sanità? A migliorare le infrastrutture? La Nadef è purtroppo vaga. E c’è anche un altro aspetto che desta preoccupazione.

Quale?

Si parla di una riforma del fisco improntata all’equità e all’efficienza, ma se poi guardiamo alla pressione fiscale vediamo che passa dal 42,4% del 2019 al 42,5% del 2020 per arrivare poi al 43% nel 2021. Dopo però non ritornerà ai livelli dell’anno scorso, ma scenderà al 42,8% nel 2022 e al 42,6% nel 2023. La pressione fiscale è molto importante, soprattutto per quel che riguarda i redditi medi e medio-bassi. Sempre sul fronte fiscale, si parla di revisione di alcuni sussidi dannosi dal punto di vista ambientale, ma non si dice quali sono. Dovremo quindi attendere la Legge di bilancio per capire che cos’ha in mente il Governo.

(Lorenzo Torrisi)

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