ABORTO/ Il padre chiede di crescere il figlio da solo, la ex abortisce comunque

- Paolo Vites

Il padre chiede di avere la tutela legale del figlio che la ex vuole abortire

feto_sviluppo_gravidanza_web_2017
Un feto

Drammatica storia che arriva dalla Colombia, che dice una volta di più quante siano le strade per arrivare all’aborto anche aggirando la legge in vigore, ma soprattutto dell’intromissione di figure terze in situazioni che dovrebbero riguardare solo i genitori. Nel caso in questione, a spingere la figlia ad abortire è stata la madre: avendo lei solo 22 anni l’ha convinta che avere un figlio le avrebbe rovinato gli studi e di conseguenza anche le possibilità lavorative. Non si sa come l’abbia convinta, perché la ragazza era felicemente fidanzata con un giovane di 25 anni e quando la coppia ha saputo della gravidanza, entrambi l’hanno accettata con gioia. Così racconta Lifesite riprendendo una storia che ha fatto notizia in tutta la Colombia, quella di Juan Pablo Medina, 25 anni, il padre, e della sua ex. Forti le contestazioni da parte della conferenza episcopale del paese sudamericano che ha definito l’aborto “una pena di morte inflitta ai più piccoli e ai più indifesi”. Allucinante che, come sempre, il parere del padre non conti niente: Juan Pablo infatti si era detto pronto a crescere il bambino da solo, purché fosse fatto nascere. I due, entrambi studenti universitari, erano fidanzati da 14 mesi ed entrambi desideravano un figlio. A settembre dello scorso anno la ragazza scopre di essere incinta da tre mesi e i due si attivano per l’arrivo del piccolo. Ma il 27 dicembre, improvvisamente, la madre della giovane viene a conoscenza della gravidanza: è a quel punto esatto che lei lo lascia e gli fa sapere di avere intenzione di abortire. Dice che il figlio è in condizioni critiche e che ha una malformazione. In Colombia si può abortire solo entro tre mesi di gravidanza e se il feto o la madre rischiano la vita o problemi psichici.

ABORTO SU ISTIGAZIONE

Ma non è così, perché esami effettuati il 6 dicembre lo danno in ottimo stato. Il 7 gennaio si fa ricoverare per abortire, ma non le viene concesso perché ormai al settimo mese e né il bambino né la madre hanno alcun problema fisico o mentale. La ragazza si affida all’associazione abortista dal nome quantomeno cinicamente ironico Profamilia che si aziona per aggirare la legge.  I genitori della ragazza in seguito gli dicono che la figlia pensa di non essere pronta per avere un figlio e che vuole occuparsi della sua carriera. Secondo loro, pensava anche di non avere abbastanza soldi per prendersi cura del bambino. Juan Pablo comincia una battaglia pubblica per ottenere la tutela del figlio, presentando anche una denuncia penale per tentato omicidio.  Ma intervengono i legali di Profamilia rendendo pubblica una “valutazione psicologica” in cui si dice che la ragazza ha problemi mentali e che si rende necessario abortire. Si apre una battaglia legale e senza aspettare la sentenza l’aborto viene eseguito l’11 febbraio. La giustificazione? Secondo Profamilia “la giovane donna aveva subito cambiamenti emotivi quando ha saputo di essere incinta”. Citava depressione, crisi di pianto, voglia di suicidarsi, perdita di sonno e appetito. “Voleva ancora una volta diventare una giovane donna allegra a cui piaceva uscire, ballare e fare battute.” Juan Pablo ha risposto una cosa sola: lo hanno ucciso. Ora sta presentando denunce penali contro la ragazza e la madre, accusando quest’ultima di aver istigato l’aborto. Ha pubblicato una dichiarazione ringraziando i numerosi colombiani che lo hanno aiutato negli ultimi mesi e parlando del suo dolore per aver perso suo figlio, che sperava di vedere nascere e crescere, ha detto: “Gli avrei dato tutto il mio amore”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA