Alessia Pifferi, psicologhe del carcere e avvocatessa indagate/ Ipotizzati favoreggiamento e falso ideologico

- Giovanna Tedde

Colpo di scena nel caso Alessia Pifferi, la donna accusata di aver fatto morire di stenti la figlia di 18 mesi, Diana: due psicologhe del carcere e la sua avvocatessa sarebbero indagate

Alessia Pifferi (Foto: Tg1) Alessia Pifferi a processo (Foto: Tg1)

Due psicologhe del carcere di San Vittore dove è detenuta Alessia Pifferi sarebbero indagate per favoreggiamento e falso ideologico. Per la seconda ipotesi di reato risulterebbe indagata anche l’avvocatessa Alessia Pontenani, legale che difende la donna accusata di aver fatto morire di stenti, abbandonandola in casa per una settimana, la figlia di 18 mesi, Diana.

Lo riporta Ansa, secondo cui le due professioniste in servizio nel penitenziario sarebbero state sottoposte a perquisizione dopo le contestazioni del pm Francesco De Tommasi sulla condotta relativa alla somministrazione di un test sul quoziente intellettivo dell’imputata che, sulla scorta della loro relazione, avrebbe cavalcato una “tesi difensiva alternativa” volta a spingere sul possibile vizio di mente. In sostanza, le psicologhe sarebbero accusate di aver “manipolato” Alessia Pifferi: secondo il pm che per primo ha avanzato sospetti sul loro operato, sarebbe stato attestato “falsamente” che la 38enne avesse “un quoziente intellettivo pari a 40 e quindi un ‘deficit grave’” con un test non “utilizzabile a fini diagnostici e valutativi” e le due psicologhe avrebbero eseguito una “vera e propria attività di consulenza difensiva, non rientrante” nelle “competenze” del loro ruolo.

Alessia Pifferi, anche l’avvocatessa indagata per falso ideologico

Anche l’avvocato di Alessia Pifferi, Alessia Pontenani, sarebbe indagato per falso ideologico. Alessia Pifferi, secondo le ipotesi, sarebbe stata aiutata dalle psicologhe a fornire una “versione differente” rispetto a quanto dichiarato spontaneamente sin dall’inizio e il contributo delle due professioniste non si sarebbe limitato a “un percorso di assistenza alla detenuta”, riporta Ansa citando la lettura del pubblico ministero, ma si sarebbe spinto ben oltre le legittime competenze arrivando ad una “rivisitazione dei fatti contestati in un’ottica difensiva” attraverso a una serie di “colloqui” che si sarebbero susseguiti “con ritmo frenetico” prima delle udienze del processo che vede Alessia Pifferi imputata dell’omicidio volontario aggravato della figlia Diana.

La donna è stata arrestata a Milano nel luglio 2022 con l’accusa di aver fatto morire di stenti la bambina lasciandola sola in casa per giorni, dal 14 al 20 luglio dello stesso anno, adagiata in un lettino da campeggio. Le indagini hanno portato a galla gravissimi elementi a carico dell’attuale imputata, che in più occasioni avrebbe abbandonato la minore per dedicarsi alle sue faccende personali e ad uscite romantiche in limousine. Il dramma della piccola Diana sarebbe stato portato all’attenzione degli inquirenti con l’allarme lanciato da una vicina a cui Alessia Pifferi, rientrata dopo una settimana trascorsa fuori casa per stare con il compagno, avrebbe chiesto di chiamare i soccorsi davanti al corpo ormai senza vita della figlia.





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