DOSSIER ALITALIA, ILVA…/ Se la “dottrina Draghi” complica i salvataggi

- Giuseppe Pennisi

Tra le questioni impellenti che il Governo Draghi dovrà subito affrontare ci sono quelle dell’Alitalia, dell’ex Ilva e altre industrie in crisi

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Ex Ilva (Foto: LaPresse)

Occorrerà leggere attentamente il programma che il Presidente del Consiglio presenterà alle Camere, soffermandosi soprattutto sulle frasi e sulle parole che, indubbiamente studiate con cura, verranno dette in materia di politica industriale.

Altri parti del programma sono, in gran misura, note: riscrivere il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), cambiare passo (e forse anche conducente) in materia di vaccinazioni, rivedere le misure in materia di “ristori”, fare un serio tagliando alle politiche attive del lavoro e al cosiddetto Reddito di cittadinanza. Le azioni di politica industriale sono state meno trattate nel corso delle consultazioni (a quel che si sa), ma hanno un’urgenza impellente: la “nuova” (per così dire) Alitalia non ha cassa per pagare gli stipendi e l’ex Ilva di Taranto è in una situazione analoga. Sono anche la prima prova sulla quale sono puntati i cannocchiali internazionali: costruito un Governo che ha elementi sia di continuità, sia di discontinuità con il precedente, gli osservatori si aspettano un segnale forte di “coerenza”.

Facciamo un breve passo indietro. Lo scorso dicembre, il Prof. Mario Draghi è stato uno dei due co-firmatari del rapporto del Gruppo dei Trenta Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid- Designing Public Policy Interventions. Il Gruppo dei Trenta è un comitato di esperti internazionali di consulenza economica a Governi. Il 15 dicembre, nel presentare il documento, Mario Draghi ha sottolineato che «siamo sull’orlo del precipizio» a ragione del forte indebitamento delle imprese. Il documento contiene dieci specifiche proposte; a) dare priorità alla crisi delle imprese; b) ottimizzare l’impiego delle risorse pubbliche per aiutare le economie ad uscire più forti dalla crisi; c) adattarsi alla nuova realtà invece di tentare di preservare lo status quo; d) utilizzare l’intervento pubblico solo in caso di alti costi sociali e evidenti “fallimenti di mercato”; e) mutuare il più possibile l’esperienza del settore privato per ottimizzare l’allocazione delle risorse; f) trovare un equilibrio tra obiettivi nazionali ed esigenze di settore; g) minimizzare il rischio per i contribuenti; h) attenzione ai pericoli di “azzardo morale”, i) ottimizzare la tempistica degli interventi; j) anticipare effetti non desiderati e tamponarli.

Questi dieci punti contengono una linea precisa di politica industriale, non dissimile da quella sviluppata circa cinque anni fa nel libro di Franco Debenedetti Scegliere i vincitori, salvare i perdenti: l’insana idea della politica industriale, Venezia, Marsilio, 2016. In sintesi, non utilizzare risorse pubbliche a fini di accanimento terapeutico per fare sopravvivere imprese che nell’economia (sia nazionale che internazionale) del “dopo pandemia” non riusciranno a tenersi in piedi con le proprie gambe.

Applicare questi principi ai “casi” urgenti di politica industriale in Italia vuole dire evitare un ulteriore salvataggio di Alitalia che è già costata ai contribuenti 12 miliardi e 615 milioni, ossia 210 euro a testa per ogni italiano, neonati compresi. Significa anche una forte ristrutturazione dell’ex Ilva di Taranto, che ha già ricevuto notevolissimi aiuti pubblici (per parte dei quali la Commissione europea ha chiesto formalmente una restituzione) sia per la riconversione ambientale, sia per esodi, pre-pensionamenti e cassa integrazione in deroga. Ciò non vuole necessariamente dire chiudere Alitalia e l’ex Ilva, ma ridurne drasticamente le dimensioni (e il numero degli addetti) per far sì che i conti sia della prima, sia della seconda quadrino. 

A via Molise, sede del ministero dello Sviluppo economico, si trascinano da anni circa 200 “vertenze”; molte di queste riguardano imprese le cui sopravvivenza alla forte ristrutturazione economica in seguito alla pandemia e alla crisi è da mettersi in dubbio. Non c’è un’anagrafe pubblica di queste aziende, della loro occupazione, del loro stato di salute, della loro resilienza e del loro potenziale di ripresa. È facile supporre che gran parte di esse abbiano poca probabilità di reggere nel quadro economico nazionale ed internazionale del “dopo pandemia”. Molte di esse, infatti, sono “piccole Alitalia” e “piccole ex Ilva”. 

I nodi puntuali devono essere sciolti da Ministri “politici” (Giancarlo Giorgetti e Andrea Orlando), mentre appare che ai Ministri “tecnici” sia stato affidato il compito di redigere un nuovo Pnrr, tale da soddisfare l’Unione europea. Questa sottile distinzione non viene, però, fatta di chi guarda alle mosse dell’Italia e del Governo nella sua collegialità.

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