Ambulanza della morte, barelliere in carcere/ 30 anni a Scalisi per omicidio anziana

- Emanuela Longo

Ambulanza della morte, Agatino Scalisi, il secondo barelliere imputato nell’ambito dell’inchiesta, in carcere dopo la condanna a 30 anni

Ambulanza della morte, servizio Le Iene
Ambulanza della morte, servizio Le Iene

E’ stato arrestato nelle passata ore Agatino Scalisi, uno dei barellieri imputati nell’ambito dell’inchiesta denominata “Ambulanza della morte” e nata dopo un servizio della trasmissione Le Iene. L’uomo, classe 1975, si trova attualmente detenuto nel carcere di Catania dopo la condanna a suo carico giunta lo scorso 25 novembre al termine del processo che si è svolto con rito abbreviato. Scalisi, come riferisce il Corriere della Sera, è stato condannato a 30 anni di carcere per omicidio volontario pluriaggravato ed estorsione aggravata dall’avere favorito attività illecite dei clan mafiosi Mazzaglia-Toscano-Tomasello attivi nel comune di Biancavilla e del clan Santangelo attivo nel comune di Andrano.

Stando a quanto ricostruito dalla procura – e condiviso dal giudice – grazie alle dichiarazioni di testimoni e parenti delle vittime, “i malati sarebbero stati uccisi durante il trasporto con ambulanza privata dall’Ospedale di Biancavilla alle rispettive abitazioni, tramite iniezioni di aria per via endovenosa da parte degli addetti alle ambulanze”. Nell’ambito del processo Scalisi era imputato per un solo episodio di omicidio a scapito di una anziana signora trasportata il 5 aprile del 2014 dall’Ospedale di Biancavilla alla sua abitazione dove giunse senza vita.

Ambulanza della morte: arriva la condanna per il secondo barelliere imputato

Tra gli altri imputati nell’ambito dell’inchiesta sull’ambulanza della morte, anche un altro barelliere, Davide Garofalo, già condannato per tre differenti episodi di omicidio aggravato dalla Corte d’Assise di Catania. Entrambi i barellieri, inoltre, sono stati anche condannati per estorsione aggravata in concorso ai danni della ditta di onoranze funebri dei fratelli Luca e Giuseppe Arena, poi diventati testimoni di giustizia. Gli inquirenti hanno appurato che ai fratelli Arena veniva imposto di cedere l’uso gratuito e la gestione dell’autoambulanza dietro minaccia di danni ai beni dell’azienda e ritorsioni in ambito personale.

Le indagini hanno anche rivelato un altro inquietante dettaglio relativo all’obiettivo degli imputati che era quello di guadagnare i 200-300 euro di “regalo” che la famiglia della vittima avrebbe dato loro per la “vestizione” della salma. I soldi sarebbero stati poi divisi con i clan mafiosi di Biancavilla e Adrano. Inoltre, Scalisi durante tutto il processo e fino allo scorso anno avrebbe continuato indisturbato a trasportare malati su mezzi non idonei. Dopo la condanna di primo grado, Garofalo avrebbe già presentato Appello.

© RIPRODUZIONE RISERVATA