ARABIA SAUDITA/ La “moneta di scambio” di Bin Salman che potrebbe non piacere a Biden

- Marco Orioles

La speranza è che Joe Biden faccia sentire la sua voce contro la violazione dei diritti umani in Arabia Saudita. A cominciare dal caso di Loujain al-Hathloul

bin Salman
Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita (LaPresse)

Se c’è un Paese che dovrà rivedere le proprie politiche alla luce dell’uscita di scena di Donald Trump e dell’elezione di Biden, questo è l’Arabia Saudita. Il regno dei Saud, saldamente guidato dal principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS), ha goduto infatti di una imbarazzante copertura da parte dell’amministrazione Usa uscente, malgrado una serie di comportamenti deprecabili sia sul piano interno che internazionale.

Tra le questioni che dovranno essere riviste c’è sicuramente la guerra nello Yemen, che la coalizione a guida saudita porta avanti dal lontano 2015 nonostante l’assenza di risultati sul terreno e soprattutto a dispetto delle sofferenze della popolazione locale che hanno guadagnato allo Yemen il non invidiabile primato di peggior catastrofe umanitaria nel mondo. C’è poi la questione dell’embargo politico e commerciale nei confronti del Qatar, che si trascina dall’estate del 2017 nonostante i ripetuti tentativi di Washington di ricucire le relazioni.

Ma se c’è un campo su cui l’amministrazione Biden farà valere le proprie ragioni nei confronti dell’alleato del Golfo questi sono i diritti umani. Si tratta di un tema molto scivoloso per MbS il cui profilo di modernizzatore e riformatore stride con i metodi adottati per perseguire dissidenti e attivisti. È ben vivo il ricordo del sequestro e dell’assassinio, nell’ottobre 2018, del columnist del Washington Post Jamal Khashoggi, un delitto per la cui efferatezza l’Arabia Saudita si è attirata le critiche veementi delle organizzazioni dei diritti umani e di numerosi governi con la vistosa eccezione di quello guidato da Trump.

Questa contraddizione è emersa in tutta la sua evidenza con il caso di Loujain al-Hathloul, la 31enne attivista nota per la sua campagna contro il bando alla guida per le donne che è stata arrestata nel 2018 poche settimane prima che MbS rimuovesse quel bando e che lo scorso 27 dicembre una corte criminale speciale ha condannato a 5 anni e 8 mesi di detenzione. Un vero paradosso per una donna candidata al premio Nobel 2020 e che la rivista Time  aveva inserito nel 2019 nella lista delle cento personalità più influenti nel mondo.

La storia di Loujain al-Hathloul è quella di una ragazza coraggiosa, determinatasi a combattere gli aspetti più anacronistici della cultura e in particolare della condizione femminile nel suo Paese. La sua azione comincia nel 2013 quando, appena rientrata dal Canada dove aveva completato i suoi studi, lancia la campagna “Women’s driving is a choice, not a requirement”: conquista grande popolarità facendosi riprendere dal padre al volante mentre guida dall’aeroporto di Riad verso casa, un gesto che le costa una breve detenzione ma anche un principio di notorietà destinato a crescere negli anni.

Due anni dopo lancia un ulteriore guanto di sfida al regime candidandosi, in una prima assoluta, alle elezioni locali, iniziativa che le viene peraltro impedita dal volere delle autorità. Trasferitasi negli Emirati Arabi Uniti, si rende protagonista nel 2017 di una nuova provocazione alla guida di un’autovettura, ma viene prelevata di peso da agenti sauditi che la fanno rimpatriare e la incarcerano di nuovo per 73 giorni. Al culmine della sua popolarità, nel 2018 viene definitivamente riportata in cella insieme a una dozzina di altre attiviste, paradossalmente mentre MbS si accingeva a revocare il bando. Oltre ad Hathloul vengono incarcerate una veterana delle campagne per i diritti umani come Aziza al-Yousef e la blogger Eman al-Nafjan. Bollate come “traditrici” dalla stampa di Riad, le donne vengono accusate anche di cospirare contro il regno tramite contatti con governi stranieri nemici, diplomatici e giornalisti. Il crescendo della repressione e la pretestuosità delle accuse spingono le organizzazioni dei diritti umani a definire il 2018 “l’anno della vergogna” per l’Arabia Saudita.

Quanto a Hathloul, trasferita in un carcere di massima sicurezza, secondo le testimonianze della famiglia subisce un trattamento carcerario da incubo. Per i primi tre mesi nessuno riesce a sentirla; viene quindi sottoposta a torture come l’elettroshock, colpi di frusta e fatta oggetto persino di abusi sessuali. A detta del fratello Walid, a presenziare alle torture ci sarebbe stato lo stesso consigliere di MbS Saud al-Qahtani, gran persecutore dei dissidenti, noto anche per essere direttamente implicato nel delitto Khashoggi. Sempre secondo Walid, Qahtani, durante una sessione di tortura, avrebbe detto alla Hathloul: “ti ucciderò, ti farò a pezzi e ti getterò nella fognatura, ma prima di questo ti stuprerò”. Pare anche che le sia stata offerta la libertà in cambio del silenzio sulle torture.

Mentre la mobilitazione internazionale per la liberazione di Hathloul cresceva ogni giorno di intensità, la sua vicenda giudiziaria si aggravava. Il suo processo comincia nel marzo 2019 con la prima udienza fissata per il mese successivo ma rinviata senza che venga fornita alcuna giustificazione. A maggio 2020 l’udienza viene addirittura rinviata sine die a causa formalmente del Coronavirus: la frustrazione per i continui differimenti spinge la giovane a cominciare nel mese di ottobre uno sciopero della fame. Il colpo di grazia arriva pochi giorni dopo, quando il suo caso viene trasferito alla giurisdizione della corte speciale antiterrorismo, con una mossa che mette in allarme la famiglia e le associazioni per i diritti umani tra cui Amnesty International che denuncia “la brutalità e l’ipocrisia” delle autorità saudite.

Si arriva così alla sentenza di condanna formulata lo scorso 27 dicembre: come prove di colpevolezza viene addotta tra l’altro l’attività di Loujain al-Hathloul su Twitter. “Hanno solo un mucchio di tweet che non gli piacciono, niente di più”, ha commentato il fratello Walid. Immediatamente dopo la condanna si è levata unanime la protesta della comunità internazionale. In particolare si è registrata una dura presa di posizione della Commissione Onu per i Diritti umani che ha definito la sentenza “deeply troubling” chiedendo l’immediato rilascio dell’attivista; da parte sua Amnesty International ha definito “del tutto irregolare” il processo unendosi alla richiesta di rilascio anticipato di Hathloul.

Nel calcolo della condanna tuttavia la corte ha ritenuto di accordarle due anni e dieci mesi di sospensione condizionale della pena con l’effetto di rendere possibile la sua liberazione a marzo 2021. Dietro questa mossa si suppone celarsi il calcolo di MbS già pronto a utilizzare la liberazione anticipata come moneta di scambio con l’amministrazione Biden.

Il calcolo tuttavia potrebbe rivelarsi azzardato alla luce del tweet con cui il  futuro Consigliere per la Sicurezza nazionale di Biden Jake Sullivan non solo esprimeva disappunto per una condanna inflitta a chi “stava semplicemente esercitando i suoi diritti universali”, ma preannunziava che “l’amministrazione Biden-Harris non tollererà le violazioni dei diritti umani dovunque esse si manifestino”.

Con questo inequivocabile segnale partito da Washington sembra proprio avviarsi a conclusione la luna di miele tra America e Arabia Saudita che aveva caratterizzato il quadriennio trumpiano. MbS è stato avvisato: d’ora in poi gli Usa non gli faranno più sconti.

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