ARTE/ Chagall, la vita e Cristo son tutto Meno che fiabe

- Elena Pontiggia

Ebreo di nascita e di cultura, il grande pittore Marc Chagall ebbe una vita affettiva complicata, che si riflette nelle sue opere

chagall madonna villaggio 1942arte1280 640x300 Marc Chagall, Madonna di villaggio (1942, particolare)

A volte la vita degli artisti, e non solo la loro, viene raccontata un po’ per stereotipi, che possono essere perfino fuorvianti. Prendiamo il caso di Marc Chagall, che mi è capitato di approfondire scrivendo una sua biografia (Chagall. Una vita per l’arte, 24Ore Cultura, 2022). Del grande pittore russo si conoscono l’amore per la nativa Vitebsk e per la moglie Bella, che compaiono in tanti suoi quadri fiabeschi. Meno conosciuti, e meno fiabeschi, sono invece altri fatti della sua vita. Facciamo solo due esempi. Chagall era rimasto deluso dalla Rivoluzione russa e nel 1922 aveva lasciato il Paese. Era stato quindi dichiarato cittadino indesiderato, col divieto di rientrare in patria (vi tornerà solo nel 1973, brevemente). Sono dati ben noti. Quello che pochi sanno, invece, è un episodio tragico. Nel gennaio o febbraio 1937, dopo un silenzio di anni, l’artista scrive al suo vecchio insegnante di Vitebsk, Jehuda Pen, chiedendo affettuosamente sue notizie, ma il primo marzo Pen è assassinato, con ogni probabilità dall’Nkvd, il Commissariato del Popolo. Commenta Harshav, un testimone dell’epoca: “Negli anni del terrore staliniano chiunque aveva parenti o relazioni all’estero era perseguitato come nemico del popolo. Tanto più se aveva contatti con un traditore come Chagall, la cui pittura ‘non realista’ era tabù, specialmente a Vitebsk”.

Anche sulla vita affettiva dell’artista, spesso raccontata come una fiaba (sia pure senza lieto fine), sfuggono alcuni particolari, meno edulcorati. Bella scompare prematuramente nel settembre 1944 e immenso, come si può immaginare, è lo strazio di Chagall. Lo si legge in tutte le biografie. Poche però aggiungono che, per lui, il tempo del lutto non dura a lungo. Nemmeno un anno dopo la morte della donna l’artista assume come governante Virginia Haggard, figlia di un diplomatico inglese, sposata e con un figlio piccolo. Virginia ha ventotto anni meno di lui e assomiglia vagamente alla Bella degli anni Venti, di cui porta la stessa pettinatura, con la frangetta corta un po’ déco. Chagall se ne innamora immediatamente e va a vivere con lei a High Falls, un grazioso paese accanto alle omonime cascate, un centinaio di chilometri a nord di New York. Nel giugno 1946 Virginia dà alla luce David, futuro scrittore e compositore, e deve registrarlo all’anagrafe col nome del marito, da cui non aveva ancora ottenuto il divorzio. Un’eco di questa tardiva paternità (Chagall aveva ormai cinquantanove anni) si coglie nella Madonna della slitta, una Vergine che allatta il Figlio nella neve, dipinta dall’artista in questo periodo.

Pochi anni dopo però le cose si complicano. Nel marzo 1952 Virginia si innamora improvvisamente di Charles Leirens, un fotografo belga di sessantaquattro anni, che da qualche giorno era ospite di Chagall perché doveva realizzare un documentario sui suoi quadri. Enorme è l’amarezza del grande pittore, ma il dramma coniugale assume quasi le tinte del vaudeville. Il 16 aprile Virginia abbandona la casa, portando con sé il piccolo David. Lo stesso giorno Chagall assume una nuova governante, Vava Brodsky, una donna russa di religione ebraica e, nel giro di tre mesi, la sposa. Sentiamo il suo laconico racconto a un amico: “La donna ebrea arrivata per sollevarmi dalla tristezza di essere solo, è diventata mia moglie il 12 luglio. Questo è tutto”.

La vita, insomma, è più complessa (e meno romantica) delle fiabe, anche nel caso di Chagall che ha dipinto fiabe tutta la vita. Sono fiabe, bisogna subito aggiungere, percorse da un’intensa spiritualità. Cresciuto in una comunità yiddish dove la fede si intrecciava all’esistenza di tutti i giorni; fondatore di un museo che ha chiamato “Messaggio biblico”, l’artista ha avvertito profondamente anche il fascino della figura di Cristo, identificando spesso la Passione con la persecuzione del popolo ebraico colpito dai pogrom. Nella Crocifissione bianca del 1938, per esempio, Cristo è cinto ai fianchi dallo scialle rituale di preghiera e non porta la corona di spine ma un turbante, come i profeti biblici di Rembrandt. Sulla croce, poi, l’iscrizione “Gesù Nazareno re dei Giudei” è scritta solo in yiddish e non in greco e latino, come riportano i Vangeli. E ancora: nel cielo tenebroso non ci sono angeli piangenti, come nell’iconografia cristiana, ma figure del popolo ebraico; ai piedi del Condannato una menorah sostituisce il teschio di Adamo, simbolo del peccato originale redento da Cristo; i tradizionali personaggi del Calvario sono sostituiti da scene di persecuzione, di distruzione, di fuga. Il martirio di Gesù di Galilea, insomma, è il martirio del suo popolo.

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