ASSEGNO UNICO PER I FIGLI/ Una svolta per le famiglie se si trovano (almeno) 20 mld

- Francesco Belletti

Con l’assegno unico universale le politiche familiari entrano tra le priorità del paese. Ma pesano diverse incognite, economiche e operative

Famiglia
(Pixabay)

Dopo l’incredibile approvazione bipartisan, all’unanimità, alla Camera nel luglio 2020, l’assegno unico universale è entrato a pieno titolo nella Legge di stabilità 2021, con l’obiettivo di renderlo operativo dal prossimo 1° luglio, data in cui praticamente tutte le famiglie italiane con figli minori dovrebbero ricevere un consistente sostegno economico diretto, ogni mese, per tutti gli anni in cui il figlio sarà a carico (di fatto fino ai 21 anni di età dei figli).

Pare di essere finalmente arrivati ad una svolta epocale: è il primo intervento per la famiglia, da oltre trent’anni, che entra tra le priorità dell’agenda del Paese, dopo lunghi anni in cui le politiche per la famiglia arrivavano solo a pie’ di lista, quando ogni altro interesse, priorità o settore economico avevano ricevuto la loro parte. E così finora le politiche familiari venivano costruite come uno spezzatino effimero, a termine, che anche nella definizione delle misure era quasi insultante: le famiglie erano costrette ad apprezzare interventi una tantum, oppure addirittura dei “bonus”, quasi che fosse la gentilezza del Governo di turno a consentire un supporto che dovrebbe invece essere un diritto costituzionale.

Con l’assegno unico forse ci siamo: finalmente un intervento universalistico, strutturale e permanente, collegato al carico di cura del figlio, che riconosce il valore pubblico dei nuovi nati, meritevoli quindi di sostegni e supporti che non fanno altro che ripristinare un po’ di equità a favore di quei giovani (sempre meno, in verità) che scommettono parte dei loro progetti di vita nel mettere al mondo un figlio.

Purtroppo, a fronte di questa opportunità oggettivamente storica per le politiche familiari in Italia, non tutto è già compiuto, chiaro e definito, e molti elementi cruciali sono ancora da chiarire. Per questo li ricordiamo qui, anche come punto di riferimento per la verifica della reale consistenza delle scelte concrete che verranno introdotte nei prossimi mesi, con i vari atti amministrativi e legislativi che renderanno operativo l’assegno unico.

In primo luogo, il problema del finanziamento complessivo: sono stati messi a bilancio 3 miliardi per il 2021 (che ricordiamo, è un anno “a metà”, visto che si parte da luglio), e quasi 6 miliardi per il 2022 (quindi, con la misura a regime). Queste risorse sono necessariamente “integrative”, perché da sole non bastano. Se si volesse dare anche solo 100 euro al mese per ogni figlio (ma l’assegno dovrà essere necessariamente più alto, si parla di almeno 250 euro al mese, almeno per i redditi più bassi), saranno necessari come minimo 12 miliardi di euro, dato che i minori di 18 anni sono oltre 10 milioni.

Le stime più ragionevoli si attestano su un costo complessivo di 18-20 miliardi annui, a regime, che dovranno essere recuperate in buona parte dalla cancellazione di tutte le altre misure di sostegno oggi presenti (assegni al nucleo familiare, bonus natalità eccetera). E sarebbe peraltro necessaria una esplicita “clausola di salvaguarda”, per far sì che nessuna famiglia, con l’assegno unico, vada a ricevere meno di quanto stava già ricevendo oggi, come è stato ampiamente promesso da diversi esponenti del Governo attuale. Cancellare e riorganizzare le vecchie misure in un disegno unico è doveroso, ma raramente nel nostro Paese questo è avvenuto con linearità; basti pensare a quanto poco siamo stati capaci di riorganizzare le “public expenditures”, semplificando e cancellando gli oltre 500 interventi fiscali, piccoli e grandi, oggi attivi. Una certa cautela è quindi d’obbligo.

A livello micro, poi, la concreta cifra che le famiglie con figli riceveranno è ancora totalmente imprevedibile: ad oggi si stima una quota fissa attorno ai 100 euro al mese, per tutti, per ciascun figlio, e una quota variabile, più alta per i redditi più bassi e in diminuzione progressiva al crescere del reddito Isee (oltre i 60.000 euro di Isee l’assegno non sarà erogato), fino ad un massimo presunto di circa 250 euro al mese per figlio (maggiorabile per alcune situazioni, come nel caso di disabilità e poco altro). Il Rapporto Cisf 2009 aveva rilevato un costo minimo di mantenimento per figlio (per i soli bisogni essenziali) di circa 300 euro mensili. Arrivare a tale cifra non sarà semplice… Bisognerà verificare se tra tabelle ministeriali, casi di esclusione e ristrettezze di bilancio l’ammontare dell’assegno rimarrà congruo rispetto ai costi aggiuntivi e ai mancati introiti/opportunità che la cura del figlio inevitabilmente porta con sé.

Insomma: l’introduzione dell’assegno unico universale potrebbe davvero diventare una pietra miliare nella storia delle politiche familiari nel nostro Paese (e nella concreta vita delle famiglie), e si può già ora dare merito in primis alle forze politiche che lo hanno promosso per prime (il Pd, in particolare con l’onorevole Stefano Lepri, Italia Viva con il ministro Bonetti, e il Governo nella sua collegialità), ma anche alle opposizioni, capaci  di aderire ad una proposta che è così diventata bipartisan – perché la famiglia è un bene di tutto il Paese, come ha tenacemente ricordato anche il Forum delle associazioni familiari in tutti questi anni, sia nel dibattito pubblico, sia nel costante dialogo con tutte le forze politiche.

E proprio la società civile dovrà costantemente vigilare, perché anche in fase attuativa l’assegno unico possa davvero dare inizio a una nuova stagione, rivoluzionaria, di sussidiarietà e di sostegno alla libertà e alle responsabilità delle famiglie. In questa prospettiva l’assegno unico è solo il primo – per quanto eccellente – tassello di un disegno ancora tutto da definire.

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