ASSEGNO UNICO/ Risorse scarse e Isee frenano il sostegno alle famiglie

- Natale Forlani

L’inizio dell’ attuazione del Family Act è un importante passo in avanti del welfare italiano. Ma l’assegno unico parte con alcuni difetti

Ministra Elena Bonetti
Elena Bonetti (LaPresse)

Con l’approvazione del primo decreto attuativo della legge delega n. 46/2021, meglio nota come Family Act, il Governo Draghi ha dato avvio all’erogazione dell’assegno unico per il sostegno dei minori a carico delle famiglie a partire dal 1° luglio p.v., che rappresenta il piatto forte della riforma dei sostegni pubblici rivolti alle famiglie. La scadenza è quella prevista dalla legge delega, anche se l’attuazione compiuta del dispositivo viene rinviata al prossimo anno per via della limitatezza delle risorse disponibili (3 miliardi di euro per il 2021 e 5 miliardi per il 2022) e dell’esigenza di portare a compimento la razionalizzare delle varie prestazioni messe in campo negli anni dai precedenti Governi per rimediare con provvedimenti una tantum le carenze delle politiche a sostegno delle famiglie. 

Le risorse a disposizione, alle quali vanno aggiunti i 14 miliardi di euro attualmente erogati per le detrazioni e gli assegni familiari ai lavoratori dipendenti, non consentono di fatto di ottenere l’obiettivo più volte ribadito dalla ministra della Famiglia degli ultimi due governi Elena Bonetti, e ribadito dal presidente del Consiglio Draghi nell’ambito di un convegno partecipato da papa Francesco, di assicurare l’erogazione di un assegno medio mensile prossimo ai 250 euro per ogni figlio, fino ai 21 anni di età.

La promessa rappresenta anche una sorta di ipoteca per la prossima Legge di bilancio 2022 (serviranno almeno ulteriori 5 miliardi per dare una ragionevole attuazione della legge delega), dato che un analogo, se non superiore, impegno di risorse per riformare le aliquote Irpef per le persone fisiche, da mettere a regime nel corso del secondo semestre di questo anno, dovrà essere conciliato sul piano dei contenuti e degli importi con il completamento della riforma in oggetto.

Date le premesse, l’avvio dell’attuazione dell’assegno unico viene riservata solo per i nuclei familiari dei lavoratori autonomi e di quelli fiscalmente incapienti, compresi gli immigrati con regolare permesso di soggiorno (per una previsione di 1,8 milioni di famiglie e 2,7 milioni di minori), mantenendo in vigore per i nuclei familiari dei lavoratori dipendenti l’attuale regime delle detrazioni fiscali, e degli assegni familiari, per i figli a carico. Per un importo medio relativo ai sei mesi di erogazione per l’anno in corso, di 674 euro per ogni minore a carico e di 1.056 euro per ogni nucleo familiare. In attesa di un ulteriore decreto finalizzato a omogeneizzare tutti i trattamenti nel corso del 2022.

Questi sostegni non hanno un carattere universale, ma saranno riservati alle famiglie con una condizione di reddito e patrimoniali fino a 50.000 euro stimata sulla base dei criteri Isee, e per importi degli assegni che saranno decrescenti sulla base del reddito dichiarato. A partire da 167,5 euro per i redditi inferiori ai 7.000 euro, fino alla quota minima di 30 euro per la fascia di reddito più elevata (con un valore mediano di circa 90 euro per i redditi Isee di 25.000 euro). Questi importi saranno maggiorati per i nuclei familiari con almeno tre figli (rispettivamente fino a 217 euro per ogni figlio per la fascia minima di reddito familiare a 40 euro per quella massima) e integrati di ulteriori 50 euro per ogni figlio disabile.

L’inizio dell’ attuazione del Family Act segna indubbiamente una tappa storica delle riforme del welfare italiano. Certamente tardiva rispetto alla grave contrazione della natalità, arrivata al record negativo mondiale di 1,24 figli per ogni donna fertile nel 2020, e della perdurante stagnazione del tasso di occupazione femminile, di 15 punti inferiore alla media dei Paesi Ue, per l’evidente difficoltà di conciliare i carichi lavorativi con quelli familiari.

Sulla carta i provvedimenti contenuti nella legge delega (oltre l’assegno unico sono previsti interventi rivolti ad agevolare l’accesso ai servizi per l’infanzia e l’acquisto dei servizi per la cura delle persone) rappresentano un tentativo organico di riallineare le nostre politiche a quelle degli altri Paesi europei. Ma sin dai primi passi si può comprendere che il percorso per attuare compiutamente la riforma non sarà affatto semplice e privo di contraddizioni.

Come evidenziato in precedenza, la carenza delle risorse messe a disposizione non consente di concretizzare l’obiettivo dei 250 euro medi mensili per ogni figlio a carico, e presenta il rischio che, a regime, una parte delle famiglie dei lavoratori dipendenti possa registrare un peggioramento delle condizioni attuali. È un rischio potenziale che in qualche modo sarà evitato con adeguate compensazioni, in parte già previste nel decreto approvato con l’aggiunta provvisoria di 37,5 euro mensili per ogni figlio a carico delle famiglie dei lavoratori dipendenti (55 euro per quelle con almeno tre figli). Ma è l’ ulteriore conferma della necessità di reperire risorse aggiuntive per portare a regime la parte relativa all’assegno unico nel 2022 in modo omogeneo e per tutti gli aventi diritto.

Detto ciò, è doveroso sottolineare gli ulteriori limiti della riforma. L’introduzione di un valore Isee per i beneficiari riduce in modo significativo l’impatto della riforma e lo rende persino marginale per redditi familiari tra i 20.000 e i 35.000 euro anno netti. In tutti i Paesi europei che hanno solide politiche di sostegno alla natalità, per l’interesse collettivo attribuito a questo obiettivo, questi interventi non vengono condizionati al reddito familiare.

Inoltre, la prassi, ormai largamente diffusa, di condizionare l’accesso ai benefici pubblici alle dichiarazioni Isee finisce di fatto per scoraggiare l’incremento dei redditi ufficiali dichiarati. Nel caso in esame, comporterebbe un aumento della tassazione combinato con una perdita del valore degli assegni percepiti per i figli a carico, ovvero alla perdita stessa dei benefici. A tal proposito, giova evidenziare che secondo una recente indagine del ministero dell’Economia, relativa alle dichiarazioni dei redditi del 2019, circa il 43% dei contribuenti non versa nemmeno un euro nelle casse dell’erario.

Tornando al tema principale, è del tutto evidente che l’utilizzo dell’indicatore Isee per delimitare il numero dei beneficiari dell’assegno unico produce di fatto l’effetto di penalizzare i redditi familiari rispetto a quelli individuali. Per comprendere meglio, è esattamente l’opposto di quanto viene previsto in Francia con l’introduzione del quoziente familiare che suddivide una parte del reddito tassabile, e le relative aliquote di prelievo, in rapporto ai carichi familiari.

La legge delega impegna il Governo a emanare un provvedimento entro il mese di marzo 2022, finalizzato a razionalizzare l’insieme dei provvedimenti in atto per i sostegni alle famiglie, ma, nel contempo, rende compatibile il beneficio dell’assegno unico con il reddito di cittadinanza e con i provvedimenti erogati da altre amministrazioni regionali e locali per il sostegno dei figli a carico. Confermando di fatto una prassi devastante rivolta a disperdere in mille rivoli le risorse destinate allo scopo per fini assistenziali, con l’utilizzo di provvedimenti emergenziali e di breve respiro che ne alterano gli effetti in termini di efficacia e di equità sociale. Il tutto in assenza di un’anagrafe nazionale dell’assistenza che monitori adeguatamente l’entità e l’efficacia di questi provvedimenti, come previsto dalla legge per il reddito di inclusione del 2015. 

La riforma dell’assegno unico rappresenta un’occasione eccezionale per razionalizzare l’impianto del reddito di cittadinanza, e per prevenire i rischi di impoverimento delle famiglie numerose attraverso strumenti che producono effetti strutturali, mentre al contrario vengono indirizzate nuove risorse per finanziare uno strumento palesemente inadeguato nel contrastare l’impoverimento delle persone e il loro reinserimento lavorativo.

Il largo consenso parlamentare che ha accompagnato l’approvazione del Family Act, purtroppo non si è ancora tradotto nella concreta assunzione della priorità di riportare la famiglia al centro delle politiche economiche. Le uscite estemporanee sul “reddito di di cittadinanza”, i 10.000 euro da offrire ai giovani che diventano maggiorenni, da finanziare con nuove tasse sull’eredità sono solo divagazioni. La vera partita, come sottolineato, si giocherà sulle priorità e sulla natura delle riforme fiscali. Dalle scelte che saranno fatte nei prossimi 6 mesi comprenderemo se la svolta nelle politiche di sostegno alla famiglia è una cosa seria o poco più di un semplice maquillage. 

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