ASSISTENZA DOMICILIARE COVID/ “Ha funzionato anche se dimenticata dalla politica”

- int. Fabio Pellegatta

L’assistenza domiciliare è una grande opportunità per lenire le sofferenze e la solitudine dei malati, soprattutto anziani. Ma mancano risorse e coordinamento

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LaPresse

Circa 2.500 persone all’anno, con 600 visite giornaliere a domicilio grazie a un centinaio di operatori: sono i numeri che garantisce la Fondazione Maddalena Grassi per quanto riguarda l’assistenza domiciliare di pazienti con diversi tipi di patologie. “Soprattutto anziani” ci ha detto in questa intervista Fabio Pellegatta, coordinatore di tutta l’assistenza infermieristica territoriale del personale della Fondazione, “ma anche persone più giovani, molte colpite da Sla, o ancora più giovani perché dopo l’area minori vengono trasferite nell’area di cui ci occupiamo noi, l’area adulti”.

Un lavoro che ha dovuto fare i conti con la pandemia: “Nel primo periodo la problematica maggiore è stata il reperimento dei dispositivi di sicurezza per poter continuare l’assistenza domiciliare, nella fase attuale la problematica è data dall’ingresso del Covid negli ambienti familiari, ma in tutte e due le fasi siamo riusciti a mantenere attiva l’assistenza”. Una assistenza, quella domiciliare, di grande importanza, perché permette al paziente di godere della compagnia familiare, ci ha detto ancora Pellegatta, ma che sconta la scarsa attenzione della politica e delle istituzioni, “più interessate all’ambito ospedaliero”.

Quali sono le maggiori patologie che seguite nella vostra assistenza domiciliare?

Si tratta prevalentemente di anziani con vari tipi di patologie. All’interno di questa realtà ci sono una quarantina di casi di persone affette da Sla, quindi più giovani,  e poi ancora più giovani che arrivano nella nostra area dedicata agli adulti.  Sono persone che hanno problematiche di allentamento, demenza, molti sono stati dimessi dagli ospedali per i quali proseguiamo l’assistenza a casa fino al recupero; altri, ma non ce ne occupiamo noi, vengono seguiti in situazioni di cure palliative.

Un anno di pandemia: quali problematiche avete dovuto affrontare? Nella prima fase avete dovuto sospendere le visite domiciliari?

Nella prima fase il problema è stato trasversale rispetto ad altre realtà. Il reperimento di materiali e dei dispositivi di protezione individuale è stato un grosso problema, abbiamo cercato di non sospendere le assistenze fin dove si poteva, ma riducendo gli interventi cercando di portarli avanti in particolare dove il care giver, il familiare, era costretto ad allontanarsi per positività e quarantena. La presenza continua dei nostri operatori ha permesso di monitorare le situazioni e di essere di supporto al paziente.

Nella seconda fase, per via della riapertura di molte attività, si sono registrati molti focolai familiari: è successo anche a voi?

Sì, è vero, è successo in maniera maggiore nella seconda fase con le riaperture. Casi di famiglie colpite e che di conseguenza non hanno potuto assistere i propri genitori per qualche settimana.

Si sono verificati anche contagi dei pazienti?

Sì, sono stati contagiati dai familiari. Questo in molti casi ha portato al ricovero ospedaliero, in altri a un monitoraggio semplice senza complicazioni.

Adesso comunque la vostra attività procede al cento per cento?

Sì, sempre con qualche attenzione, dove magari per una tutela maggiore dell’operatore riduciamo alcuni interventi dove è possibile. In questi casi riusciamo ad addestrare a sufficienza il nucleo familiare a tutela degli operatori perché si passa di casa in casa e non c’è mai la certezza di non essere colpiti, anche se devo dire che non si è mai verificato alcun caso di operatore contagiato.   

Quindi la vostra attività non si ferma.

No, anzi proprio per le difficoltà di accesso agli ospedali e ai ricoveri nelle Rsa sono aumentate le richieste. Oppure nei casi di persone dimesse dopo aver contratto il virus dopo lunghi periodi di ospedalizzazione c’è stata una richiesta di intervento.

Visto che non si ha idea di quando la pandemia potrà cessare, c’è la possibilità che i vostri interventi siano destinati ad aumentare?

Potrebbero sicuramente aumentare rispetto all’andamento della pandemia e alle sue conseguenze, confidiamo che possa crescere l’attenzione verso il sistema delle cure domiciliari, che non è oggetto di particolare attenzione, di risorse investite e di coordinamento anche a livello istituzionale.

Manca una attenzione verso la medicina territoriale, cosa che si è vista in molti ambiti durante questa pandemia?

L’attenzione maggiore da parte della politica è stata rivolta agli ambiti ospedalieri. Sulla domiciliarietà e sul coordinamento delle risorse sul territorio si sono registrati tanti progetti, ma non un reale coordinamento, perché si viaggia spesso per compartimenti stagni.



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