ATTACCO A VIENNA/ Ecco perché il jihad ha risparmiato l’Italia (per ora)

- int. Gianandrea Gaiani

Gli attacchi di Nizza, poi Vienna. L'Italia, per ora, è stata risparmiata dagli attacchi perché non ha mai colpito direttamente lo Stato islamico

austria kurz 2 lapresse1280 640x300 Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz rende omaggio alle vittime dell'attentato (LaPresse)

Gli attacchi di Nizza, il 29 ottobre, poi Vienna, il 2 novembre, con assalti in 6 punti della città, anche vicino alla sinagoga. Il terrorista ucciso è un giovane austriaco di origini albanesi ed era stato condannato a 22 mesi di reclusione per aver tentato di andare in Siria a combattere a fianco dell’Isis (che ha rivendicato la paternità dell’attentato). Abbiamo chiesto a Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa, cosa pensa della recrudescenza di azioni terroristiche contro l’Europa. Da almeno trent’anni, dice Gaiani, l’Europa è in guerra contro l’estremismo islamico. E se la Francia anticipa tutti gli altri Paesi per la proporzione assunta nel Paese dai fenomeni del terrorismo e del separatismo islamico, l’Italia è finora stata protetta (oltre che da un’intelligence molto efficace) dal fatto di essere una terra di passaggio e dalla strategia “morbida” adottata nella partecipazione alle operazioni contro l’Isis in Iraq.

Prima Nizza, poi Vienna. Cosa sta succedendo?

Sta succedendo quello che da ormai vent’anni succede, che movimenti jihadisti di diversa natura continuano a colpire con azioni terroristiche l’Europa. A fine agosto il ministro dell’Interno francese ha fatto un report in cui ha detto di avere in Francia almeno 8.000 potenziali terroristi pronti a colpire, ha parlato di 61 attentati sventati in Francia dal 2013, dei quali 32 dal 2017 e uno su vasta scala nel gennaio 2020.

Torniamo ai fatti recenti.

Ci sono stati dei fatti che hanno colpito molto per la loro crudezza magari, la decapitazione del prof. Samuel Paty, poi le polemiche con Erdogan, poi fra Macron ed Erdogan, l’attentato nella chiesa di Nizza, ma non possiamo definirlo un problema nuovo. Sono almeno vent’anni che l’Europa è in guerra contro l’estremismo islamico, la Francia almeno trenta, perché già negli anni Novanta aveva gli attentati molto violenti del Gia, il gruppo islamico armato.

E il resto d’Europa?

La Francia anticipa tutti noi perché ha una presenza islamica che si è radicata prima e ha una presenza estremista islamica che assumerà anche nel resto d’Europa i tratti problematici assunti in Francia. Il terrorismo è solo l’aspetto più eclatante, in realtà in Francia ci sono decine e decine di aree urbane fuori controllo, le banlieues, quelle che i francesi chiamavano aree urbane sensibili e che sono in buona parte governate dalla shari’a.

Il separatismo islamico?

Quando Macron parla di separatismo islamico a questo si riferisce, all’obiettivo che viene perseguito di instaurare un regime islamico basato sulla shari’a in certe zone urbane, regime che di fatto separa quelle zone dalla sovranità della Repubblica. L’allora ministro dell’interno Gérard Collomb (poi tornato a ricoprire l’incarico di sindaco di Lione fino al luglio scorso), aveva varato un piano per riprendere il controllo di trenta di queste aree urbane e l’aveva battezzato “Reconquête Républicaine”. Se devi riconquistare un sobborgo di Parigi vuol dire che ne hai perso il controllo. Un problema sul cui fuoco ha soffiato la polemica scatenata da Erdogan.

La cattedrale di Notre-Dame di Nizza, la Sinagoga a Vienna. Quale il valore simbolico?

In Francia c’è un’operazione militare, simile alla nostra “Strade sicure”, che vede i militari fare ordine pubblico, le pattuglie in Francia le vedi, non a caso, anche davanti a tutte le sinagoghe e alle scuole ebraiche dopo che il 19 marzo 2012 il terrorista algerino Mohammed Merah uccise quattro persone, tra cui tre bambini, all’entrata di una scuola ebraica a Tolosa. Ma la minaccia islamista contro gli ebrei è una costante in tutta Europa. Nell’agosto 2017 il rabbino-capo di Barcellona, Meir Bar-Hen, dopo l’attentato alla Rambla, disse “l’Europa è perduta”, invitando i fedeli a lasciare il Vecchio Continente e a raggiungere Israele.

Cosa si sa dell’attentatore di Vienna?

Il terrorista ucciso è un albanese di Macedonia come altri tre supposti complici ricercati dalla polizia austriaca. Le comunità islamiche balcaniche hanno dato allo Stato islamico 800 “foreign fighters”, per lo più bosniaci e albanesi di Kosovo, Macedonia e Albania (come riferì nel 2017 il Terrorism Situation and Trend report dell’Interpol): un numero molto alto rispetto alla popolazione in un’area del sud-est Europa con una forte vocazione jihadista.

Perché dopo la Francia l’Austria?

Io credo che ci sia una questione legata al fatto di disporre di persone addestrate ad utilizzare le armi, quindi se disponi di un gruppo d’azione a Vienna colpisci in quella città. L’uomo che è stato ucciso era stato già messo in carcere e condannato ad aprile, voleva andare in Siria a combattere con l’Isis. Per uno così, con la fedina penale sporca, sarebbe stato difficile uscire dall’Austria.

Niente di simbolico?

Colpire l’Europa in generale è colpire la terra degli infedeli, colpire una capitale europea è colpire l’Europa. Il fatto che abbiano scelto l’ultima sera di libertà prima del lockdown può essere simbolico.

Se l’Europa è tutta un bersaglio perché l’Italia è esente da questo tipo di attacchi?

Questa è una domanda a cui è molto difficile rispondere. Se leggiamo i rapporti semestrali dei servizi di intelligence qualche attentato è stato sventato in passato, qualcuno dice che l’Italia è una terra di passaggio, del resto abbiamo lasciato entrare illegalmente 750mila persone dal 2013, per lo più provenienti da Paesi islamici. La prima volta che un ministro italiano parlò di rischio di infiltrazioni di terroristi tra i flussi dei migranti dal Nordafrica fu con Emma Bonino, ministro degli Esteri del governo Letta, quello che varò Mare Nostrum, un governo non certo anti-immigrazionista.

Cosa vuole dire?

Noi il fenomeno lo conosciamo da tempo ma quasi mai abbiamo provato ad arginarlo. Questo forse ci rende un po’ meno bersaglio rispetto ad altri Paesi.

Ci sono altri aspetti da tenere in conto?

C’è un altro aspetto, l’Italia ha partecipato alle operazioni contro l’Isis in Iraq mandando soldati e aerei, però i nostri soldati hanno fatto solo l’addestramento alle truppe irachene e i nostri aeroplani hanno volato sempre disarmati, non abbiamo mai lanciato una sola bomba coi nostri aerei contro l’Isis. Anche questo ci ha forse resi un po’ meno bersaglio.

È stata una scelta politica?

È una decisione politica di non esporci in particolare a rappresaglie dei terroristi. Ad esempio gli aerei del Belgio, dell’Olanda, della Danimarca, che hanno forze armate molto più piccole di quelle italiane, hanno lanciato centinaia di bombe contro le milizie del Califfato in Iraq. E poi c’è da aggiungere che in Italia alcuni attacchi non sono riusciti perché li abbiamo sventati grazie ai servizi di sicurezza che funzionano bene.

In Francia i numeri sono diversi.

In Francia hanno 8.000 persone considerate potenziali terroristi e quindi da tenere d’occhio, più un numero ben più alto di potenziali “fiancheggiatori”: da noi le persone da tenere d’occhio sono meno e non abbiamo intere banlieues fuori controllo.

Forse proprio la nostra accoglienza e il “pacifismo” nelle azioni militari ci hanno protetti. Magari è una strategia più efficace che fomentare lo scontro?

Difficile dirlo, forse diventeremo un bersaglio più tardi; la Francia è un Paese che cerca di difendere i suoi principi fondanti e le sue prerogative istituzionali e il principio di laicità dello Stato. Le sfide politiche, sociali e di sicurezza portate dell’islam costituiscono un problema che andrebbe affrontato in modo coordinato da tutta l’Europa ma manca unità d’intenti.

Perché non c’è?

Perché ognuno fa le sue valutazioni. Rispetto alla Turchia ad esempio l’Italia e la Germania hanno un approccio più morbido, i tedeschi perché hanno qualche milione di turchi in casa, l’Italia perché i turchi ormai controllano la Tripolitania dove abbiamo molti nostri interessi a rischio. Ogni Paese europeo persegue la sua strada, non vedo strategie condivise.

(Emanuela Giacca)





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