AUTO & GREEN/ Draghi e il motore della ripresa da non perdere

- Giuseppe Sabella

Draghi ha ricordato che l’Italia può crescere più del previsto quest’anno. La spinta per la ripresa può venire dall’automotive

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Le previsioni attuali della Commissione indicano un aumento del Pil in Italia del 4,2%. Credo che queste stime verranno riviste al rialzo, anche in maniera significativa. Queste le parole di ieri di Mario Draghi, intervenuto all’Accademia Nazionale dei Lincei. Gli effetti del superamento della fase più dura dell’emergenza pandemica iniziano a farsi sentire: del resto è da qualche mese che gli organismi internazionali – Ocse, Fmi, agenzie di rating – vedono bene l’economia italiana nel suo futuro prossimo.

Va, in questo senso, considerato anche che gli investimenti del Next Generation Eu hanno come primo obiettivo quello di rilanciare le filiere produttive e di riconfigurarle in relazione alla nuova fase della globalizzazione, sempre più organizzata secondo assetti di regionalismo aggregato (così lo chiama Alberto Quadrio Curzio, Presidente emerito della Accademia dei Lincei). Altresì, l’Italia non solo è secondo Paese manifatturiero d’Europa, ma presenta anche un tessuto produttivo (la PMI) che, per quanto più debole nei periodi di contrazione, ha un dinamismo che può fare la differenza nei momenti di crescita.

L’industria dell’automotive rappresenta uno dei comparti dove più si concentrano gli sforzi dell’Europa: da tempo l’Ue ha al centro della sua agenda politica la questione della mobilità elettrica e della trasformazione dell’industria dell’automotive; e lavora insieme ai costruttori, proprio perché si è tutti convinti che un bel pezzo di ripresa si gioca su questo terreno. In Italia non siamo più grandi produttori di auto, se non del lusso, ma restiamo saldamente grandi fabbricatori di componentistica e di meccanica di precisione, prodotti che continuano a fare il giro del mondo e generano processi di innovazione dentro le catene globali del valore.

Il mercato, dopo la contrazione dello scorso anno (-24,3% di immatricolazioni Ue, -27,9% Italia), è in ripresa sia in Europa sia nel nostro Paese. Per quanto riguarda l’Italia, lo confermano i dati di ieri (Ministero dei Trasporti): le immatricolazioni crescono di oltre il 12% rispetto al 2020. Certo, rispetto al 2019 il dato è ancora in calo del 13%; ma il mercato, nel complesso, conferma il suo trend di crescita (+19% per Stellantis, che l’8 luglio celebrerà il suo Electrification Day).

L’elettrico, nonostante i volumi di vendita siano ancora ridotti, si mantiene su livelli interessanti (+107% Ue, +251,5% Italia). Inoltre, in questo momento, gli incentivi sono previsti anche per l’auto tradizionale, in quanto la contrazione del mercato ha lasciato un invenduto nei concessionari che va al più presto alleggerito. E la cosa naturalmente non rende particolarmente attrattivo il costo dell’auto elettrica. La spinta dei produttori non corrisponde, in sintesi, a quella dei Governi, cosa che ha fatto alzare la voce a Tavares. È vero che il programma Green Deal prevede 3 milioni di colonnine installate entro il 2030 in tutta Europa, ma, secondo Acea, al momento sono meno di 200 mila.

Come scrivevamo in precedenza, la svolta verso l’elettrico è irreversibile: piani e investimenti delle case automobilistiche sono tali per cui tornare indietro avrebbe dei costi ingenti e, anche, difficilmente calcolabili. Non dimentichiamoci che negli anni della crisi economica, il Governo francese sosteneva l’industria dell’auto – entrando negli assetti societari di Renault e PSA – a condizione che le case produttrici investissero una parte della fresca liquidità nello sviluppo dell’auto elettrica.

L’economia sta presentando condizioni favorevoli per il nostro Paese: bisogna cogliere l’occasione cercando, in particolare, di rispondere alla mobilità del lavoro in modo tempestivo. Proprio dal settore dell’auto si muoveranno importanti flussi occupazionali per via della trasformazione: il motore elettrico si realizza, infatti, con la metà dei pezzi del motore a combustione. I lavoratori e le lavoratrici in uscita possono essere ricollocati nel settore della mobilità, nella realizzazione delle infrastrutture in particolare: bisogna saper intercettare questi flussi e riqualificare le persone. Su questo terreno siamo un po’ deboli: è un aspetto che potrebbe rallentare la nostra corsa.

Twitter: @sabella_thinkin

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