AUTONOMIA AL PALO/ Troppa ideologia, il regionalismo fa bene a Sud e Nord

- int. Stelio Mangiameli

Partita ingarbugliata perché sono stati esclusi gli organi di rappresentanza di Stato, Regioni ed Enti locali. Non è vero che sono state chieste troppe funzioni

Zaia e Salvini in Veneto
Autonomia: Zaia e Salvini in Veneto alla presentazione del referendum nel 2017 (LaPresse)

Il tavolo sull’autonomia differenziata, stando a Luigi Di Maio, “si è bloccato sulla regionalizzazione della scuola”. E se il ministro per gli Affari regionali, Erika Stefani, ricorda che “l’autonomia è nel contratto di governo: se qualcuno ha cambiato idea basta che lo dica e non si vada allora ulteriormente avanti”, il premier Giuseppe Conte ha proposto di “introdurre strumenti di salvaguardia solidaristici per evitare che l’Italia, come dire, si slabbri. Un progetto del genere sarebbe inaccettabile. Ho posto alcuni paletti. Su quelli non si può transigere. Io non posso trasferire tutte le competenze che vengono richieste. Se fosse così avremmo uno Stato centrale senza competenze”. Perché la partita dell’autonomia si è incagliata ed è difficile trovare un punto di sintesi? Sono solo divergenze politiche o ci sono anche nodi tecnici?

“Entrambi gli aspetti – risponde Stelio Mangiameli, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Teramo ed esperto di Regioni e autonomie territoriali –. Sul piano politico il tema dell’autonomia sta giocando un ruolo sulla rappresentanza dei territori da parte delle forze politiche, sulla base dello slogan – totalmente improprio – di chi ci perde e chi ci guadagna”.

E dal punto di vista tecnico?

Le pre-intese del governo Gentiloni della passata legislatura hanno ingarbugliato tantissimo il procedimento e la realizzazione del disegno autonomista avanzato da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, perché hanno escluso gli organi di rappresentanza dello Stato e delle Regioni, cioè le Camere parlamentari e i Consigli regionali, così come hanno posto nel nulla la consultazione degli enti locali.

I detrattori sostengono che con l’autonomia differenziata una parte del Paese, il Sud, si impoverisce. Verrebbe meno anche il meccanismo della perequazione?

È vero il contrario, e cioè che l’autonomia differenziata obbligherebbe lo Stato alla perequazione, mentre lo status quo consentirebbe al governo di continuare praticamente a non fare nulla. Se parliamo seriamente e non per luoghi comuni, il Sud è stato impoverito dalla mancanza di qualsivoglia politica perequativa da parte dei governi che si sono succediti negli ultimi vent’anni e la crisi ha fatto il resto. Mai come in questo momento il divario è stato così grande. Persino le due Regioni speciali del Sud, la Sicilia e la Sardegna, sono state ridotte sul lastrico dai comportamenti dei governi che hanno sottratto risorse finanziarie ingenti alle due isole.

I fautori invece sono convinti che l’autonomia favorisca il merito, la trasparenza, l’efficienza amministrativa e la lotta agli sprechi. E’ davvero così?

Invero, anche il Nord ha i suoi problemi. Ad esempio, la fuga dei giovani, soprattutto se qualificati, sta iniziando a contagiare anche le Regioni settentrionali. L’autonomia differenziata consentirebbe alle Regioni e allo Stato di ripartire meglio i compiti inerenti alle politiche pubbliche; e questo consentirebbe un miglioramento dell’intero sistema nazionale, creando nuove opportunità per tutti.

Non le sembra che le Regioni abbiano chiesto l’autonomia su troppe materie e troppe funzioni?

Chi non ha letto la Costituzione ignora che le materie della cosiddetta “autonomia differenziata” sono già di competenza regionale, tranne le tre di spettanza dello Stato: la giustizia di pace, le norme generali sull’istruzione e l’ambiente. Quest’ultima, peraltro, anche per effetto del diritto europeo, già di fatto è concorrente. Il problema è dato dalla circostanza che lo Stato – dal 2001, data dell’entrata in vigore del nuovo Titolo V, a oggi – non ha fatto altro che sottrarre alle Regioni le loro materie, per cui adesso le richieste sembrano eccessive, ma le tre Regioni in realtà stanno chiedendo meno del dovuto.

Tra i temi più sensibili e divisivi c’è la scuola. Perché? Che rischio si corre?

Sin dall’inizio dei lavori dell’Assemblea costituente nel 1946 si pose la discussione sulla regionalizzazione della scuola. In quella sede si levò contro la voce di Luigi Einaudi, paventando ancora i pericoli post-risorgimentali di un Paese diviso e unificabile attraverso la scuola. Così, nell’articolo 117 entrarono solo le materie “istruzione artigiana e professionale” e “assistenza scolastica”. Di diverso avviso è stato il legislatore costituzionale del 2001 che, invece, ha inserito l’istruzione tra le materie di competenza concorrente, per cui la pretesa regionale è più che legittima.

E allora?

Il problema reale è che l’istruzione, materia di spettanza regionale, sposterebbe più risorse e perciò la sua attribuzione viene vista come una decisione di potere. Sul piano tecnico non vi sarebbe alcuna regionalizzazione della scuola, nel senso che la circolazione del personale docente e degli studenti non può cambiare, se lo stipendio dell’insegnante lo paga la Regione, anziché lo Stato; altrimenti si violerebbe l’articolo 120 comma 1 della Costituzione, che vieta gli ostacoli alla libera circolazione delle persone e le limitazioni all’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale. Aggiungo, per coloro che vanno ripetendo che non vogliono una scuola di serie A, per il Nord, e una di serie B, per il Sud, che queste due scuole già esistono e non sopraggiungerebbero con l’autonomia. Da alcuni giorni è stato reso noto il rapporto 2019 sul sistema scolastico compiuto dall’Invalsi, da cui emerge con chiarezza che la scuola è spaccata dal divario territoriale: gli studenti meridionali, rispetto a quelli del Settentrione, vanno meno bene in italiano, matematica e inglese. Dobbiamo lasciare in piedi questa situazione?

Livelli essenziali delle prestazioni e costi standard sono passaggi essenziali per una buona autonomia. A che punto siamo su questi due temi?

Essenziale sarebbe un buon federalismo fiscale e non solo per le tre Regioni che hanno chiesto l’autonomia, ma per tutti, Stato compreso. I livelli essenziali sono una competenza dello Stato. Qualcosa si è fatto in sanità, ma anche in questo caso, come in quello della scuola, la spesa perequata e uniforme non è garanzia di eguaglianza di prestazioni per i cittadini.

Anche costi e fabbisogni standard sono connessi ai livelli essenziali…

Sì, ma vieppiù alla capacità fiscale delle Regioni e porterebbero con sé la questione della perequazione. È questo il motivo per cui tutti i governi che si sono susseguiti dopo la legge n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale hanno continuamente rinviato questi temi.

Il premier Conte ha chiesto a Lega e M5s di trovare una sintesi salvaguardando l’unità del Paese e la Costituzione. Come si può fare?

Il tema dell’autonomia ha una valenza istituzionale strategica molto importante, soprattutto in questo momento in cui si deve tentare di rilanciare la presenza dell’Italia in Europa e nel mondo e in cui bisogna migliorare competitività e qualità dei servizi e delle merci italiane. È questo il motivo per il quale il tema dell’attuazione del regionalismo va de-ideologizzato. L’autonomia differenziata richiede un tavolo cui siedano, contemporaneamente, lo Stato, le Regioni che richiedono l’asimmetria e anche le altre Regioni, comprese quelle meridionali, perché l’operazione che è partita dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna potrà dirsi conclusa solo quando tutte le Regioni avranno ottenuto le “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”.

(Marco Biscella)

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