BANCHE/ Com’è difficile gestire il risparmio in un paese che non cresce

- Maurizio Delfino

Si parla di “Risiko bancario”, ma ai risparmiatori e alle imprese interessa saper se fidarsi di chi c’è oltre lo sportello. Qual è il modello che ci serve?

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La sede di Banca d'Italia (LaPresse)

L’operazione industriale compiuta da Banca Intesa Sanpaolo ha accentuato, sul piano della comunicazione, la tendenza ad occuparsi di questi temi in termini di Risiko. E cosi si parla delle future scelte di Banco Bpm, di Bper, delle Valtellinesi, cioè due belle realtà di ex Banche Popolari. Di Unicredit, in apparente standby mentre si gioca la partita, qui personale e industriale di Del Vecchio, che prima sembrava inviso all’establishment europeo (si intende per aver alzato troppo il tiro nel perimetro degli attori bancari) e ora, cambiati i toni e arrivato il Covid, è di nuovo al centro dei discorsi che contano, il ruolo di Mediobanca, le sorti del gigante piccolo, cioè le Generali. Non senza l’ombra, la solita ombra, del rischio di un nuovo e più robusto sbarco degli stranieri, cioè i francesi, che deriverebbe dall’operazione del magnate lombardo-veneto. E poi il destino di Montepaschi, che sembra diventato un tema come l’inquinamento e la fame nel mondo.

Nel frattempo agiscono i veneti, da par loro, con un’interessante aggregazione, quella fra il Credito Trevigiano e la Cassa Rurale di Brendola che darà luogo alla Banca delle Terre Venete, un bell’aggregato da 60 filiali, 3,5 miliardi di raccolta, l’ottava banca dentro la Holding Iccrea (altro tema importante e trascurato, questo delle holding cooperative e di un nuovo possibile modello per equilibrare mercato e solidarietà).

Agiscono piccoli attori come Banco delle Tre Venezie e Cherry106 per proporre nuovi modelli, molto performanti e su misura per un tessuto di imprese eccellenti, ma sempre piccole e in crisi. Un po’ come il gioiellino inventato da Corrado Passera e cresciuto in un batter d’occhio.

E invece si parla, da Roma in giù (dove c’è stata persino una legge con forti incentivi per favorire aggregazioni, che ovviamente non sono avvenute), di una possibile Banca del Sud, non si capisce se per continuare il faticoso salvataggio della Popolare di Bari o per affiancare un nuovo soggetto, anche qui non si sa se ordinario o per gestire il credito cattivo. Perché questo degli Npl comincia ad essere un vero e proprio pezzo del sistema. Che oggi non gestisce più solo i recuperi, ma eroga, risana posizioni, salva aziende ed emette titoli. Qual è allora il problema? “Manca l’analisi” dice una celeberrima canzone di Venditti.

Si gira attorno al tema delle banche con poco o nessun approfondimento sulle questioni decisive. Abbiamo visto il mondo bancario spesso sotto esame nell’ottica dei rischi del sistema paese e dell’area euro. Ma come reggerebbe l’evenienza che il paese si metta in moto per una vera crescita programmata e di respiro (ipotesi di cui non c’è traccia per la verità)? L’eventuale crescita diretta o indiretta delle presenze straniere, sarebbe così tanto un pericolo o un danno per qualche motivo? Le esperienze drammatiche o tragiche di diverse migliaia di clienti che credevano di investire in pepite e invece erano prugne, hanno cambiato o insegnato qualcosa?

E poi lo Stato: sta dentro e controlla Montepaschi, sta dentro uno dei principali attori del grande mondo italiano degli Npl (Amco), sta in mezzo al salvataggio della Popolare di Bari, si vocifera sarà il perno dell’iniziativa della Banca del Sud. È un nuovo modello, dichiarato e strategico? Il tutto mentre comunque chiudono i battenti altre 300 filiali in pochi mesi, il che segna sì il passo coi tempi (digitalizzazione, troppe filiali di un tempo etc.), ma comporta anche precisi fenomeni e qualche rischio che vanno considerati.

Le risposte sono appunto analisi piuttosto ampie e su ogni passaggio, prima di arrivare a una bozza di sintesi o di risposta, ci sarebbero essenziali sfumature. Per esempio dentro il “sistema bancario” è chiaro che al momento ci sono belle differenze. Che non sono solo di grandezza e di profitto, ma di metodo. L’operazione di Intesa, per esempio, riletta senza alcun accesso a informazioni privilegiate ma solo scorrendo i titoli di giornale degli ultimi 24 mesi (esattamente a partire da giugno 2018), evidenzia un grande realismo che (si diceva prima) per esempio le piccole del Sud, con tanto di legge speciale anzi specialissima per favorirle, non hanno avuto.

Tuttavia il lento e costante pressing della Bce, forse più severo per l’Italia ma proprio perché (paradossalmente) qui è il paese il primo fattore di rischio per le nostre banche, gli interventi comunque incidenti sulla funzione bancaria (Tltro e Qe) disegnano un quadro in cui per la gran parte delle banche non è facile portare a casa un utile, ma certamente si sono allungate le distanze fra il rischio paese e il rischio bancario.

Si stanno raffinando le sensibilità attorno al tema degli impieghi e alla gestione dei crediti deteriorati. Sta crescendo la capacità di dialogo esterno, l’attenzione alla qualità delle governance, lo sforzo di percezione delle esigenze del mercato. La risposta che conta perciò è che le banche italiane reggono meglio di altre lo scenario di crisi reale, a cui sono pure meglio abituate e non sarebbero certo l’ostacolo se un miracolo, un grande miracolo rendesse il paese capace di reagire e di cominciare il (lungo) lavoro per salvare letteralmente se stesso da una fine impietosa. Ed è questo il tema su cui, magari partendo da recenti interventi di Draghi o di Giuseppe De Rita, si dovrebbe ragionare.

Poi sui soliti fantasmi, gli stranieri, i francesi, non c’è molto da dire. Sono fantasmi. A parte che a leggere qualche analisi si scopre che fior fiore di banche europee (di Deutsche Bank si sapeva, ma anche la potentissima Credit Agricole e non solo) non godono di salute strepitosa, per cui hai visto mai che si possa pensare che siamo noi a fare progetti di sbarco fuori. Ma resta comunque il fatto che non siamo un paese facile, su cui si possa decidere di venire a fare banca a cuor leggero. Per nulla facile. Burocrazia, sistema produttivo, giustizia, un mondo inspiegabile. E poi la banca in quanto tale, chiunque ne sia l’azionista, grazie ai meccanismi di controllo e alle regole europee (e globali) di sistema industriale, non è che viene e fa quello che gli pare. Insomma, perché impelagarsi in un mercato fortemente regolato, in un paese con un grande stock di ricchezza sì, ma senza prospettiva di crescita? Come si fa a essere la banca di un paese che non cresce?

Piuttosto, a proposito di analisi, proprio quell’enorme ricchezza privata è un asset di grande rilievo su cui si può puntare senza aver nemmeno un’azione bancaria in portafoglio. E vivaddio, siamo ancora un libero mercato occidentale. Però questo ci collega a quelle terribili storie di fallimenti e decine di migliaia di risparmiatori colpiti (non usiamo nemmeno il termine di traditi perché al momento i processi vanno in direzione della dichiarazione di “eventi di carattere naturale”) che non hanno ancora capito cosa è successo, se può riaccadere e se si possono fidare del bancario che incontrano in filiale o al telefono.

Questo serve al paese di capire, non il racconto del Risiko.

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