BANCHE E POLITICA/ Fondazioni (di nuovo) al bivio fra grande finanza e sussidiarietà

- Nicola Berti

Alla fine della scorsa settimana le Fondazioni di origine bancaria sono tornate sotto i riflettori in due distinti ambiti dell’attualità politico-finanziaria

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Francesco Profumo (Lapresse)

Venerdì, nell’arco di poche ore, le Fondazioni di origine bancaria sono tornate sotto i riflettori, in due distinti ambiti dell’attualità politico-finanziaria. Il 26esimo Rapporto annuale dell’Acri ha fotografato nei bilanci 2020 l’aggregato degli 86 Enti, di cui ricorreranno nelle prossime settimane i trentennali delle nascite vere e proprie, un anno dopo il varo della riforma Amato-Carli del 1990. In tarda serata venerdì è stata invece diffusa la notizia che la Fondazione Crt ha aderito al patto di consultazione creato da poco fra Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone, entrambi grandi soci di Mediobanca e Generali.

Si è quindi riproposto il grande dualismo che ha sempre attraversato i primi trent’anni di vita delle Fondazioni: nate come azioniste di controllo integrale delle grandi banche pubbliche (Cariplo e Casse di risparmio grandi e piccole, Sanpaolo Torino, Mps, ecc.) e oggi ancora azioniste pivot dei “campioni nazionali” Intesa-Sanpaolo e UniCredit (ma anche di altre realtà come BancoBpm o Bper). Nel frattempo gli Enti sono stati investitori attivi non solo nel risiko bancario, ma anche su altri scacchieri: quello delle Generali ha conosciuto altre “grandi manovre” con le Fondazioni protagoniste. La Crt – tornata alle cronache sul Leone – è tuttora azionista di minoranza di Atlantia, la holding che ha controllato fino a poche settimane fa Autostrade per l’Italia.

La missione affidata dalla legge alle Fondazioni (in particolare dalla riforma Ciampi del 1999) comprendeva certamente un’oculata gestione dei patrimoni, ma essenzialmente utile a proteggere gli attivi e a generare profitti sostenibili nel tempo a beneficio dell’attività istituzionale degli Enti: cioè promuovere una sussidiarietà nei territori, come ribadito dalla Corte Costituzionale, nel formalizzare la natura “non statale e non pubblicistica” degli statuti.

Il rapporto sui conti 2020 alterna luci a molte ombre, fra Covid e nuove turbolenze su economie e mercati. Private per decisione delle autorità monetarie dei dividendi delle grandi banche, i proventi delle Fondazioni sono stati decurtati in modo netto (a 1,42 miliardi dai 2,6 del 2019). L’attività istituzionale è stata mantenuta una linea di resilienza:a 949 milioni di erogazioni, addirittura con un leggero progresso sull’anno scorso. Certamente il dato resta a poco più della metà degli 1,7 miliardi del 2007, l’anno prima dell’esplosione della crisi finanziaria globale: la cui onda lunga ha lasciato ulteriori segni sul patrimonio contabile aggregato delle Fondazioni, sceso a 39,7 miliardi (erano 48,7 nel 2007).

Le Fondazioni italiane riaffrontano dunque il bivio di sempre: in un quadro più complesso e incerto di quello che si è parato di fronte a loro alla fine di ogni decennio di vita. A loro (potenziale) sostegno c’è senz’altro una comprovata capacità di resilienza. Nella prossima primavera si terrà a Cagliari il Congresso triennale dell’Acri, rinviato di un anno per il Covid. A presiederlo non ci sarà più Giuseppe Guzzetti, ma il leader della Compagnia San Paolo, Francesco Profumo. Può darsi che nell’aprile 2022 sia ancora in carica il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel 2018 a Parma volle dare massima rilevanza istituzionale al saluto a Guzzetti, ponendo le Fondazioni sotto una sorta di altra vigilanza. Oppure ci saranno altri a “dialogare” con le Fondazioni:: nel 2012 da palazzo Chigi si collegò con Palermo l’allora il premier Mario Monti; nel 2015, il premier Matteo Renzi risolse direttamente con Guzzetti – durante il congresso di Lucca – la nomina strategica dei nuovi vertici Cdp. Quel che è certo è che anche il 25esimo congresso Acri non avrà certo carenza di argomenti all’ordine del giorno.

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