SPY BANCHE/ Mps e la “resistenza” di Orcel che rallenta il risiko italiano

- Mauro Rufini

Ci sono i presupposti per vedere nuove operazioni di aggregazione tra banche italiane. Resta però di risolvere lo snodo relativo a Mps

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La sede di banca Monte Paschi a Siena (LaPresse)

Il riassetto bancario in Italia è un’attività che non va mai fuori moda sulla quale torniamo a parlare fra le tante partite ancora in corso, grandi e piccole che siano, per avere un sistema bancario e finanziario in grado di gestire al meglio la fase di ripartenza del Paese post-pandemia e convogliare in modo razionale e proficuo le risorse che arriveranno dall’Europa, com’è stato largamente rimarcato anche nelle ultime Considerazioni finali del Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

Chiuse le ultime due operazioni di consolidamento con l’Opa di Intesa San Paolo su Ubi e di Credit Agricole su Creval, il mercato si chiede quali saranno le prossime mosse. In Italia ci sono diversi dossier sul tavolo con gli analisti che studiano le potenziali strade percorribili dalle banche per rafforzare la presa sul mercato.

Tanti i rumors in attesa di un rafforzamento del sistema, di un riassetto ritardato da tempo per molti versi e oggi non più rinviabile. Due i grandi nodi da sciogliere: il futuro di Mps e Carige che devono trovare una sistemazione, la nascita di un possibile terzo polo italiano, Banco Bpm, Bper, il mondo delle Bcc, sino ad alcuni istituti di medie dimensioni. Anche Unipol si presenta come perno della finanza con gli istituti di credito al servizio delle sue strategie di assicuratore, le possiede e le fa rendere vendendo alle reti i propri prodotti assicurativi. Banco Bpm si trova al centro di una serie interessante di probabili sviluppi, un’aggregazione con UniCredit o giocare da protagonista divenendo aggregatore verso lo stesso Mps o una parte di esso, o verso Bper. E si potrebbe continuare senza sosta su tante ulteriori ipotesi, con una quasi certezza: non sembra ancora il momento propizio per operazioni transfrontaliere, la fusione di banche di diverse nazioni trova ostacoli di natura regolatoria, di governance e di cultura aziendale.

Vi sono oggi tre elementi importanti da non sottovalutare e tenere in considerazione: la fine delle moratorie, gli stress test condotti dall’Eba e le trasformazioni societarie. Le aggregazioni diventano elemento essenziale per sopravvivere e migliorare il posizionamento competitivo. Incentivi fiscali in caso di fusioni ma non solo, anche logiche di business come bancassicurazione e risparmio gestito, due aree poco considerate in passato ma che oggi sono tornate di grande interesse in quanto possono portare a bilanci bancari stabili e corpose commissioni.

Sono passati due mesi dall’insediamento di Orcel al timone di UniCredit, ma ancora nulla è accaduto di quanto per molti si riteneva quasi scontato, la partita Mps che è un po’ il fulcro del risiko bancario, procede con evidente difficoltà.

La trattativa tra Mef e UniCredit sulla possibile cessione di Mps sembra non camminare. A sei mesi dalla scadenza dell’impegno assunto in sede europea dal Tesoro per uscire dal capitale della banca senese e cedere il 68% in mano pubblica si registra il tentativo dell’acquirente di abbassare il prezzo e se sarà negata la proroga dei benefici fiscali per questa operazione sarà necessario trovare una soluzione o un’alternativa diversa: un prezzo e un trattamento magari simile a quello della liquidazione delle banche venete.

Se l’obiettivo di un solo acquirente resta prioritario, tra le alternative esiste la possibilità che Mps possa essere comprato da più interlocutori, con tanto di dote fiscale annessa, una sorta di spezzatino cercando infine di sterilizzare i rischi legali che destano non pochi timori e perplessità ai possibili compratori.

Secondo indiscrezioni di stampa, si è tenuto un primo incontro tra il Ceo di Unicredit, Andrea Orcel, e il Tesoro dove il dossier è seguito dal dg Alessandro Rivera. Orcel avrebbe chiarito che Unicredit non è interessata a un’acquisizione di Mps, non rientra tra le priorità dell’istituto nemmeno con i corposi incentivi offerti dallo Stato, dalla dote fiscale alla copertura dei rischi legali.

UniCredit in questo momento – anche secondo fonti interne – è più concentrata sulla riorganizzazione del business, sarebbe comunque disponibile a partecipare a uno spezzatino di Mps rilevando in particolare le filiali in Lombardia e Toscana. Il Mef a questo punto potrebbe discutere con Ue e Bce un piano B alla luce anche degli stress test che il prossimo 30 luglio dovrebbero evidenziare il deficit di capitale di Mps (attualmente  stimato fino a 2,5 miliardi).

Orcel sembra non condividere il piano che ha in mente il Governo: acquistare il pacchetto di maggioranza (64%), poi lanciare l’Opa, pur in un percorso agevolato da concessioni, come la norma del Decreto sostegni bis sulle Dta computabili a capitale, pari al 2% degli attivi del soggetto più piccolo: in questo caso i crediti fiscali massimi si attesterebbero a 2,3 miliardi al netto della fee del 25% applicabile. Questa norma scatta nelle fusioni da deliberare entro il 31 dicembre 2021 e da perfezionare entro l’anno successivo.

Oltre a questa agevolazione, il Governo sarebbe disponibile a concederne altre sul contenzioso pregresso, Npl, garanzie sulla bancassurance, su crediti che potrebbero diventare deteriorati, a fronte di un intervento diretto nel capitale, come d’altronde il Tesoro ha concordato nel 2017 con la Dg Comp europea in occasione della ricapitalizzazione precauzionale da 5,4 miliardi.

Sembrerebbe che circa un anno fa fosse stato l’ex Ceo di UniCredit, Mustier, a manifestare una disponibilità a esaminare, a certe condizioni, l’acquisto del Monte dei Paschi, come risposta all’Opas di Intesa Sanpaolo su Ubi. Ma ora al timone c’è Andrea Orcel e non sarebbe male che UniCredit dichiari le sue reali intenzioni al Governo e al mercato italiano.

Mps è comunque un bene pubblico e un banco di prova della credibilità e la tenuta del nostro sistema Paese. Un bene al quale i risparmiatori, i contribuenti e le finanze pubbliche hanno versato una cifra superiore ai 20 miliardi.

Di certo avremo una nuova realtà bancaria, diversa da quella che conosciamo; all’uscita dalla crisi sanitaria, dopo un evento straordinario e inedito che ha causato la crisi di molte certezze e un profondo cambiamento per molti attori e forze dell’industria finanziaria, è il momento di decidere ed essere protagonisti raccogliendo la sfida di nuovi mondi che ci attendono.

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