BONUS BABY SITTER AI NONNI/ Ma non per tutti: per risolvere il rebus serve una laurea

- Marcella Manghi

Il governo ha deciso di allargare il bonus baby sitter ai nonni purché non conviventi. Uno spreco evidente di risorse pubbliche

anziani Coronavirus
LaPresse

Nonni alla riscossa o meglio alla riscossione.

È in arrivo il bonus che ripaga tanti anziani delle ore spese con i nipoti in tempo di Covid-19.

In pratica, noi padri o madri di minori potremo chiedere che i nostri genitori siano pagati per fare ciò che hanno fatto gratis da non so quanti anni ad oggi. Perché mai? In tempi di scuole chiuse, l’hanno fatto – e lo faranno ancora durante quest’estate – in maniera molto più massiccia, pronti a salvarci dall’abbandono di minore mentre noi lavoratori raggiungiamo ogni giorno uffici che sanno di alcol e timore.

Nella modalità indicata dal governo, i soldi verranno versati ai genitori dei piccoli, e spetterà a loro inoltrare la paghetta ai nonni. A loro volta, i nonni – tornati un po’ bambini – la useranno per viziare alla grandissima i nipoti, che a questo punto non vorranno più tornare a scuola.

Ma il punto è che non è poi così facile accedere al rimborso.

Il bonus non è per tutti, bisogna avere i requisiti. Un po’ come per il gioco degli scacchi.

Sui requisiti bisogna fare attenzione a muovere le pedine giuste. Io, ad esempio, sto ragionando sulla mossa da fare perché sono allo stallo: in teoria non potrei chiedere il bonus perché mia mamma ha l’Alzheimer e da almeno tre anni non sta sola con i nipoti. D’accordo, ma questa cosa della malattia la conosciamo in pochi. L’Inps deve per forza sapere che mia madre ultraottantenne si alza alle tre di notte, riempie la valigia di gonne, scarpe e mele, …e poi chiede alla filippina di portarla a scuola? No.

Quindi, potrei fare finta di nulla, chiedere comunque il bonus, riscuoterlo e poi pagarci i miei figli per lucidarmi i vetri, preparare insalate di riso, annaffiare due volte al giorno.

Altri paletti. Se un figlio ha già tredici anni, il buono non può essere pagato. Se l’anziano aiuta il nipote dislessico nei compiti di matematica – e qui ricordiamoci che l’anziano appartiene alle ultime generazioni che snocciolano tabelline a memoria come Ave Marie – allora è tutto lavoro gratis.

Idem, se il nonno intrattiene il teen-ager dalla testa calda, quello che – lasciato solo – uscirebbe di casa di nascosto a farsi una bevuta, uno spinello, un giro-moto clandestino in tre senza casco.

Altro motivo per non prendere il bonus: essere conviventi con il bambino. Cioè, se il nonno è già santo in questa vita perché si spara i capricci del nipote per quindici ore al giorno, allora non riceve nulla.

Il santo, per essere remunerato, deve stare a una certa distanza sociale.

E qui si arriva al clou. Dove diamine abitano questi nonni che riceveranno l’assegno?

Nell’Italia di oggi, non è difficile che un genitore abiti in un’altra regione. Quindi – considerando che la misura del governo è retroattiva – avremo nonni sardi, siciliani, valdostani richiedenti il bonus per servigi primaverili prestati a Torino, Roma… ovviamente in tempi di frontiere, hotel e aeroporti chiusi.

Una mia collega di Milano, ad esempio, ha tre fratelli. Ma non abitano qui: due in Toscana, uno in Veneto. I suoi genitori vivono da vent’anni al confine tra Liguria e Toscana. Quattro regioni, e sette nipoti.

Cosa faranno/avranno fatto questi due arzilli nonni?

Qui diventa un gioco per matematici, che al confronto le previsioni dei contagi sono certezze pari alle tasse.

Si saranno mai mossi da casa loro questi benedetti nonni? Se sì, chi saranno andati ad accudire?

Le coppie di anziani coniugi a luglio si sdoppieranno per garantire più bonus?

Oppure, avranno il dono dell’ubiquità: uno a Viareggio, uno a Vicenza, uno (?) a Sesto san Giovanni.

Olé.

Nonni, tenete duro. Se non ci foste, bisognerebbe inventarvi. Come i vaccini.

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