BONUS PSICOLOGO/ “La salute mentale non può essere paragonata alla cura dei denti”

- Carla Urbinati

Nel Milleproroghe il governo ha inserito anche il bonus psicologo per contrastare il disagio psichico che si sta diffondendo. Ma la misura rischia di essere inutile

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(LaPresse)

Inserito nel decreto Milleproroghe, il bonus psicologo è diventato realtà. Stanziati 20 milioni, di cui 10 per il potenziamento del personale psicologico in strutture pubbliche e altri 10 destinati a quei cittadini che grazie a un Isee inferiore a 50mila euro, potranno chiedere un ristoro alle spese sostenute per sedute di psicoterapia. Numeri alla mano: 16mila italiani riceveranno il bonus di 600 euro, utile al pagamento di 6-8 sedute.

Salutato da tanti con grande entusiasmo e da alcuni accolto come il segno di un cambiamento culturale, di un avanzamento civile, il bonus per le spese psicologiche appare piuttosto come la risposta insufficiente a una domanda di cura nient’affatto scontata. Avere sintomi psichici non equivale infatti tout court a voler guarire, come ben sanno coloro che si occupano di psicopatologia.

Ma facciamo un passo indietro, anzi due, fino ad arrivare a marzo 2020. A tre settimane dall’inizio del lockdown l’ospedale Gaslini di Genova avviava una ricerca sugli effetti psicologici della pandemia su bambini e adolescenti. I risultati, resi pubblici a giugno 2020, evidenziavano un incremento del 65% di condotte regressive, disturbi del comportamento e sintomi di natura ansiosa tra i bambini con meno di 6 anni, dato che raggiungeva il 71% per i soggetti di età compresa tra i 6 e 18 anni. Lo studio sottolineava, inoltre, una correlazione significativa tra i disturbi psicologici dei genitori e quelli dei figli. Nelle famiglie in cui gli adulti stavano male i figli stavano peggio.

Negli ultimi due anni, i dati epidemiologici sul disagio psichico dell’intera popolazione non hanno mai smesso di crescere, fino ad arrivare al 31% degli italiani con sintomi depressivi, al 32% con sintomi ansiosi e al 41% con distress, come ufficializzato da David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (Cnop).

Se Freud nel 1918 scriveva che “le nevrosi minacciano la salute pubblica non meno della tubercolosi”, oggi possiamo senz’altro affermare che accanto all’epidemia da Covid-19 bisogna riconoscere l’emergenza di una non meno preoccupante condizione di malessere diffuso. Cifre enormi che lasciano poco spazio ai commenti orientati alla ricalibratura del fenomeno, in relazione alle modalità di rilevazione dei numeri, ma che non sembrano tuttavia trovare una risposta efficace nei 20 milioni di euro stanziati per servizi e bonus psicologici.

Aperta, anzi apertissima – a parere di chi scrive – è infatti una questione a cui l’introduzione del bonus psicologico non solo non fornisce risposta, ma che rischia piuttosto di lasciare in ombra, impedendo così qualsiasi avanzamento della cultura in materia di salute psichica.

La questione, articolata e complessa, riguarda l’interrogativo su cosa sia la salute mentale, chi sia deputato ad occuparsene e a quali condizioni una cura della psiche possa riuscire.

La sintesi, che questo contesto richiede, mi spinge a essere telegrafica: la salute mentale non è in alcun modo assimilabile a quella dei denti – il paragone nasce dall’istituzione di un analogo bonus per le cure ortodontiche –, né a nessun’altra forma di salute assicurata da un medico che intervenga direttamente su un qualche organo del paziente. Contrariamente ad ogni altro malato che si sottopone docilmente all’azione dello specialista perché vuole essere liberato dal proprio male, il nevrotico, pur soffrendo, non vuole infatti guarire e lo specialista non può aiutarlo senza la sua attiva partecipazione alla terapia.

Come documenta una nota parabola, non è sufficiente ricevere in dono un talento – figuriamoci un bonus psicologico! – per decidersi a investirlo. Puntuale a tal proposito l’insegnamento di Giacomo B. Contri, che osserva: “Nella parabola Gesù lascia completamente libera la facoltà imprenditoriale del servo. Quello che viene condannato è quello che non mette a frutto il pensiero come forza lavoro”.

La domanda di cura, quando si dà, è un lusso; richiede l’aver già pregustato o osservato in altri un ri-trovato orientamento alla soddisfazione, individuandolo desiderabile anche per sé. Curare il pensiero è pertanto solo per i coltivatori di ambizione.

Un’indagine sulle istanze di accesso al bonus psicologico potrebbe consentire l’individuazione di quanti siano in Italia, tra i meno abbienti, gli aspiranti ai benefici di una tale ricchezza.

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