BOOMERANG TERZA DOSE/ L’informazione è sempre incompatibile con la propaganda

- Nando Sanvito

Dal prolungamento della durata del green pass al caso Israele: quando il giornalismo abdica alla sua vocazione andando a rimorchio del potere politico

sandra gallina
Hub vaccinale della Stazione Termini a Roma (LaPresse)

Quando si sarà stabilizzata questa epidemia sarà interessante fare una retrospettiva di come si è comportato il giornalismo nostrano in una fase storica caratterizzata da due fenomeni politici:  la scomparsa della dialettica governo-opposizione per via dell’ammucchiata di tutti al potere sotto il cappello di Draghi e la forte pressione di tutte le Istituzioni di questo Paese a sostenere la campagna vaccinale.

Se dovessi – come ho già fatto in passato – tenere una lezione a colleghi o ad aspiranti giornalisti, prenderei come casi-scuola di questo argomento due episodi.

Il primo è legato al green pass e alla terza dose della vaccinazione anti-Covid. Quando a metà settembre fu introdotto il prolungamento della validità del green pass con l’estensione da 9 a 12 mesi, era da tempo (fine luglio) che il governo israeliano aveva avviato un richiamo vaccinale con la terza dose, dopo essere stato allertato dalle autorità sanitarie che la copertura vaccinale era limitata a 5-6 mesi, un dato condiviso con la comunità scientifica internazionale e riconosciuto dalle stesse aziende produttrici del vaccino. Lo stesso governo italiano a quell’epoca aveva già previsto a fine settembre di cominciare a vaccinare 500.000 pazienti immunodepressi con la terza dose. Orbene, la decisione politica delle nostre Autorità – quella di raddoppiare la durata del certificato di immunizzazione rispetto alla reale efficacia del vaccino – risultava potenzialmente pericolosa per la salute pubblica, ma fu accolta dai media italiani con unanime consenso e in modo del tutto acritico; anzi gli unici (pochi) articoli o servizi dedicati all’argomento erano per tacciare come no-vax quelle rarissime prese di posizione contrarie emerse dal sottobosco del web.

Nel giro di poche settimane, l’urgenza di spingere la popolazione alla terza dose ha completamente cambiato le carte in tavola e lo scenario dei media di conseguenza è radicalmente mutato: improvvisamente abbiamo assistito a intere paginate e ampi servizi sul fatto che la protezione durasse solo sei mesi, per cui era urgente immunizzarsi per la terza volta. Ciononostante dai media  – salvo nobili e rare eccezioni – nessuno ha “osato” chiedere al governo che la durata del green pass fosse riconsiderata.

Non è da meno il secondo episodio di riflessione che proporrei ai miei colleghi. Proprio in funzione di propagandare la terza dose, nelle scorse settimane è diventato di moda citare a modello esemplare il caso Israele, che a metà settembre aveva avuto un picco giornaliero di 11.000 casi e 32 decessi per Covid e che nel giro di un paio di mesi ha poi ribaltato la situazione quasi azzerando le vittime, più che dimezzando il ricorso alla terapia intensiva e riducendo a mezzo migliaio i casi di positività. Il dato curioso è che il caso-Israele veniva sbandierato non per chiedere al governo una realistica, legittima e salutare riduzione della durata del green pass come succedeva a Tel Aviv, ma invece a corredo della tesi che questa fosse l’ondata dei non vaccinati.

Guardiamo i numeri: al 1° settembre i vaccinati in Israele con doppia dose erano il 59,3% della popolazione; due mesi dopo (1 novembre) i vaccinati erano saliti di due punti e mezzo in  percentuale, cioè rappresentavano  il 61,8% della popolazione, ma il 43% della stessa aveva ormai fatto ricorso alla terza dose. Nel campo dei non vaccinati si è passati  dal 35,4%  al 32,8%.

A cosa si deve dunque l’abbattimento dei casi di positività, di ospedalizzazione e di morte in questi due mesi? Al fatto che i vaccinati siano aumentati del 2,5%? Ipotesi questa davvero poco credibile, più plausibile il peso del fatto che due terzi dei vaccinati siano ricorsi alla terza dose, recuperando la propria immunizzazione, anche se ovviamente non si possono escludere altri fattori.

Se dunque la variazione più evidente  è avvenuta nel campo dei vaccinati, aveva senso citare Israele a supporto della tesi che questa fosse l’ondata dei non vaccinati? Nelle redazioni giornalistiche si sarebbe potuto semmai trarre dal caso Israele un altro tipo di argomento: che cioè ci volesse almeno una metà della popolazione con protezione vaccinale efficace per tenere sotto controllo l’epidemia di Covid. Ma sarebbe stato poi necessario confrontare questo dato con altre situazioni di segno opposto: insomma un sano lavoro critico da seria inchiesta giornalistica. Non si è visto nulla di tutto ciò. A conferma che quando lo scopo è propagandare, diventa molto difficile informare.

 

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