CINEMA/ I 30 anni di Grease e il futuro del genere musical

- Antonio Autieri

Antonio Autieri (Direttore di Box Office e di Sentieri del Cinema) celebra il trentennale del film con John Travolta e Olivia Newton-Jhon, che ha cambiato il modo di fare il musical, presentandoci anche le ultime novità del genere

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Alla fine degli anni ‘70, subito dopo il precedente La febbre del sabato sera, lanciò il giovane John Travolta nel firmamento delle star; e soprattutto rinnovò il genere del musical. Grease compie 30 anni: tratto dall’omonimo spettacolo teatrale messo in scena a Broadway dal 1972 da Jim Jacobs e Warren Casey, era in realtà la riproposizione del musical studentesco in voga negli anni ‘50. Quegli anni 50 di cui Grease sembrava al tempo stesso nostalgia e parodia, fin dal look a base appunto di brillantina (sottotitolo traduzione nella versione italiana), magliette attillate, giacche di pelle e così via.

Diretto da Randal Kleiser, Grease – Brillantina è infatti ambientato alla fine di quel decennio, ed è la storia dell’amore tra Danny Zuko (interpretato da Travolta), leader di una banda di studenti di una scuola, e di Sandy (Olivia Newton-John, nota cantante che però al cinema non ebbe altre grandi occasioni), sbocciato durante un’estate e poi più tormentato durante l’anno scolastico.

Lui fa il “duro”, per non perdere il rispetto della sua banda, lei – che fa amicizia con il gruppo delle Pink Ladies (dove spicca la Rizzo interpretata dall’ottima Stockard Channing) – non si capacita del suo cambiamento. Ma alla fine i due innamorati vedranno coronare felicemente la loro love story. Non prima di aver allietato il pubblico con una serie di canzoni (“Summer Nights”, “Hopelessly Devoted to You”,“You’re The One That I Want”), balli e numeri assolutamente irresistibili.

Grease fu uno strepitoso successo commerciale negli Stati Uniti e nel mondo: ancor oggi è tra i primi 100 incassi della storia del cinema (ma, paramentrando l’incasso di allora ai valori di oggi, sarebbe in realtà addirittura il 25° film della storia).

Travolta era appunto reduce da La febbre del sabato sera, altro strepitoso successo dovuto a un mix di canzoni e balli scatenati che ne esaltavano le doti (fin da giovane calcava i palcoscenici di Broadway, mentre la recitazione pura era ancora grezza). Erano film che non piacevano alla critica ma facevano impazzire i giovani. Soprattutto Grease innovò con intelligenza il musical, genere tra i più classici nella storia di Hollywood. Erano ormai lontani i tempi di capolavori come i film di Fred Astaire e Ginger Rogers (Cappello a cilindro, Voglio danzare con te), o quelli del grande Gene Kelly; tra questi Un americano a Parigi, Due marinai e una ragazza, L’allegra fattoria; soprattutto Cantando sotto la pioggia, forse il più bel musical della storia del cinema e certo il più bello sulla storia del cinema, raccontando il passaggio dal muto al sonoro. Passaggio che, nel 1929, cominciò proprio con un film musicale (Il cantante di jazz, che però ha un posto nella storia solo per questo motivo). Altri classici celebri sono certo Sette spose per sette fratelli, My Fair Lady, i pluripremiati Tutti insieme appassionatamente e West Side Story.

Grease diede un taglio a questa tradizione: non solo per la rappresentazione di rapporti tra i sessi apparentemente formali come negli anni ‘50 (il college, i gruppi maschili e femminili separati) ma anche attraversati da tensioni ormonali e desideri sessuali abbastanza espliciti. Ma soprattutto per la carica di energia sprigionata dalle canzoni e dalle coreografie. In questo il cinema era favorito da una ricerca di cambiamento che partiva proprio da Broadway: qualche anno prima era arrivato la versione in pellicola di Jesus Christ Superstar, proprio nel 1979 era stata la volta anche di Hair: due musical anche “politici”, cosa impensabile fino a qualche anno prima. Da Broadway era arrivato qualche anno prima al cinema il trasgressivo Rocky Horror Picture Show, diventato un vero film di culto. Solo un anno dopo, completamente diverso, un altro film epocale avrebbe definitivamente stravolto il rapporto tra cinema e musical: The Blues Brothers.

Nelcapolavoro di John Landis, che pure rifugge da ogni tentativo di ingabbiamento rigido nel genere, ma certo vi ha parecchio a che fare, il classico schema dei dialoghi interrotti quasi meccanicamente dalle canzoni veniva rifiutato quasi con disprezzo e i tanti pezzi vecchi e nuovi si inseriscono con una naturalità impressionante. Anche se, bisogna ammettere, i film classici citati rimangono pietre miliari che nel tempo sono stati nuovamente riscoperti e riapprezzati come meritavano. Ma negli anni ‘70 era difficile collocare la tradizione cinematografica al suo posto, e la parola d’ordine – come in altri campi – era rivoluzione. Peraltro, a differenza di altri campi, estremamente piacevole.

E oggi? Il musical sta rivivendo nell’ultimo decennio – dopo una fase di assenza o di prodotti poco memorabili – un momento di gloria. Con formule sempre nuove, a volte capaci di rinnovare i moduli della tradizione con intelligenza e ironia (per esempio il disneyano Come d’incanto), ma più spesso totalmente estranei a possibilità di classificazioni. A cominciare da Chicago, trionfatore nel 2003 agli Oscar e quasi tutto giocato sulle canzoni, senza dimenticare il bellissimo Moulin Rouge di Baz Luhrmann, con Nicole Kidman e Ewan McGregor che inserisce canzoni moderne su uno sfondo ottocentesco con esiti sorprendenti, la splendida commedia musicale Radio America (ultimo film di Robert Altman), il commovente e spregiudicato Romance and Cigarettes di John Turturro, il divertente The Producers, ilsottovalutato Dreamgirls che ha lanciato all’Oscar Jennifer Hudson. Nell’ultima annata, oltre a Come d’incanto, si sono visti anche l’apprezzato Hairspray, proprio con John Travolta (nei panni di una donna…), l’omaggio beatlesiano Across the Universe (curioso e osannato da gran parte della critica, ma forse un po’ sopravvalutato), l’horror Sweeney Todd di Tim Burton.

È decisiva la musica, come possibilità di comunicare sentimenti che le parole altrimenti non riuscirebbero dire, nell’irlandese Once in questo momento al cinema: è in poche sale, ma vale la pena cercarlo, tanto è splendido questo piccolissimo film che ha messo d’accordo due personaggi diversissimi come Steven Spielberg (che se ne è innamorato e lo ha propagandato tanto negli Usa da fargli vincere un Oscar per la miglior canzone) e Nanni Moretti, che lo distribuisce in Italia e senza il quale non potremmo vederlo.

Altri film arriveranno in futuro: e uno sarà un vero evento. Si tratta di Mamma mia!, tratto dal musical prodotto da Tom Hanks che sta battendo ogni record negli Usa e Inghilterra e ispirato alle canzoni del gruppo svedese Abba, popolarissimi negli anni ‘70. In Italia, dopo un passaggio a luglio al festival di Ischia, lo vedremo in ottobre.

 



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