TORINO FILM FESTIVAL/ Dopo Venezia e Roma, un vero “incontro” tra pubblico e cinema

- Antonio Autieri

Il Torino Film Festival ha aperto i battenti. La rassegna, che si chiuderà il 1° dicembre, ha delle peculiarità davvero interessanti. Ce ne parla ANTONIO AUTIERI

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Il Torino Film Festival chiuderà il 1 dicembre

Non ha quasi fatto in tempo a chiudersi il Festival del Film di Roma che tocca al “rivale” Torino Film Festival (che si concluderà l’1 dicembre). Un festival nato con la dicitura Cinema Giovani giusto trent’anni fa e, dopo alcuni anni di crisi, tornato a intercettare i gusti e le aspettative di un pubblico di giovani e non, ma caratterizzato da un’alta passione per il cinema.

Il Festival è partito accompagnato dalla sgradevole polemica con Ken Loach, che all’ultimo ha annunciato il suo rifiuto a ritirare il Gran Premio Torino (in pratica un riconoscimento alla carriera) come segno di solidarietà ai dipendenti licenziati da una cooperativa di servizi che opera presso il Museo del Cinema di Torino, ente che organizza il festival: un giro tortuoso per un gesto incomprensibile e sproporzionato. Ma a parte il danno di perdere la presenza di un autore molto amato come Ken il “rosso” e il suo ultimo film The Angel’s Share (premiato a Cannes: gradevole ma non dei suoi migliori) subito ritirato dal festival, la rassegna è partita come sempre alla grande. Non tanto per i film proposti, ma per le file ai botteghini dove si vendono biglietti e abbonamenti. E dove c’è pubblico pagante, c’è da stare allegri.

Come Torino, che ha un rapporto con il pubblico che prescinde dai programmi, in forza di una linea editoriale ben precisa. Che potrà apparire anche snob o eccessivamente cinefila (a volte i commenti all’ingresso o all’uscita dalle proiezioni fanno sorridere: ma, con diverse sensibilità, ciò avviene ovunque), fin nel look “alternativo” degli spettatori più giovani. Ma, appunto dopo alcuni anni di crisi, gli ultimi direttori Nanni Moretti (per il biennio 2007-2008) e Gianni Amelio (negli ultimi quattro anni) sono riusciti, insieme ai collaboratori, a recuperare le intuizioni iniziali del gruppo di fondatori. Di cui oggi il nome di spicco è Alberto Barbera, direttore appunto del Museo del Cinema e anche della Mostra di Venezia, ma sempre con voce in capitolo sulle scelte torinesi (è lui che ha gestito la “querelle” con Ken Loach).

Una linea editoriale dove le star hanno molta meno importanza dei film, dove gli esordienti e gli emergenti sono ricercati con passione (sono passati qui con i primi film registi poi esplosi in altri festival), dove si punta a riempire le sale per accontentare un pubblico esigente anche con le repliche di altri festival (Toronto, ma perfino Berlino, Cannes e addirittura Venezia), infischiandosene della mania delle anteprime internazionali.

A Torino si vogliono vedere film interessanti: chi se ne importa se siano passati già altrove. Ovviamente Venezia questo non lo può fare, pena la perdita del suo prestigio. Ma Roma – con una cifra più popolare e non elitaria – avrebbe dovuto continuare su quella falsariga. E invece il neo direttore Marco Müller ha optato per le esclusive assolute, preferendo presentare film “fuori target” a un pubblico che vivrebbe solo di Hollywood e film con star da veder sfilare su un lunghissimo tappeto rosso. E quando si perde di vista la linea editoriale, un festival rischia grosso.

Questo, come detto, a Torino non succede. E quindi ha aperto il festival fuori concorso Quartet, il bel film che segna l’esordio alla regia di Dustin Hoffman con un cast di vecchie glorie (su tutti Maggie Smith) nei panni di un gruppo di anziani cantanti e musicisti che vivono in una casa di riposo ad hoc per il loro passato; un’opera divertente e a tratti toccante, che ha meritato gli onori della prima serata (stridente il contrasto con il “kolossal” russo, anzi tagiko, che ha inaugurato Roma…).

Quanto al concorso – la giuria è presieduta da Paolo Sorrentino – ci sono tre film italiani (Smettere di fumare fumando di “Gipi” Pacinotti, Su re di Giovanni Columbu e Noi non siamo James Bond di Mario Balsamo) e altri tredici film di emergenti (ci sono solo opere prime, seconde e terze), tra cui Una Noche, vincitore del Tribeca Film Festival fondato da De Niro, The Liability con i “bad guy” Tim Roth e Peter Mullan, Arthur Newman di Dante Ariola con Colin Firth ed Emily Blunt.

Nelle altre sezioni, oltre alla retrospettiva completa su Joseph Losey, non sono molti i titoli già noti con nomi famosi: tra questi, la nuova rilettura di Anna Karenina di Joe Wright, con Keira Knightley,Maniac con Elijah Wood, Thanks for sharing con Mark Ruffalo e Gwyneth Paltrow, No di Pablo Larrain con Gabriel Garcia Bernal (sul referendum che di fatto pose fine alla dittatura di Pinochet), Holy Motors di Leos Carax e Ginger & Rosa di Sally Potter con Elle Fanning, Annette Bening e Christina Hendricks (per la serata di chiusura).

Ma è questo il bello di Torino: il pubblico accorre a vedere anche film di registi sconosciuti con attori mai sentiti prima. E fa pure lunghe file, magari al freddo, per entrare in sala. In un contesto che sembra fatto apposta per valorizzare le opere meritevoli di interesse. Anzi, se c’è una pecca, è che per esempio il cinema italiano “maggiore”, quello che poi in sala cerca consensi (e non solo quello sperimentale che passa qui), di Torino sembra non fidarsi e guarda ad altre rassegne.

Infine, da segnalare che non è stato solo Ken Loach a fare uno sgarbo al direttore Gianni Amelio. Dopo quattro anni, il regista aveva deciso di dedicarsi solo al suo “vero” mestiere ed era quindi in scadenza. Ma le voci sul suo successore – si parla di Gabriele Salvatores – fatte trapelare dagli enti locali (Comune e Regione) che finanziano la manifestazione molti mesi prima della fine del suo mandato sono state una caduta di stile sorprendente e sgradevole.

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