TATARAK/ Realtà e finzione unite per una verità della vita

- Antonio Autieri

Al Meeting di Rimini verrà proiettato in anteprima il film di Andrzej Wajda, presentato nel 2010 con successo al Festival di Berlino. La recensione di ANTONIO AUTIERI

sweet_rush_r439
Una scena del film

I film nel film sono un genere rischiosissimo. A parte Effetto notte di Truffaut e pochi altri, vengono fuori opere modeste o incomprensibili al pubblico. Nel caso di Tatarak – Sweet rush di Andrzej Wajda, presentato nel 2010 con successo al Festival di Berlino e finora mai uscito in Italia (ma sarà presentato al Meeting di Rimini oggi alle 21.30 e poi nei prossimi mesi grazie a Sentieri del Cinema) la storia dell’attrice che racconta con una serie di monologhi il dramma personale vissuto mentre girava proprio un film di Wajda farebbe pensare – erroneamente – a un’operazione cerebrale, come le prime scene possono far temere.

In un’austerità da teatro brechtiano una donna guarda la finestra, si aggira in una stanza spoglia e racconta della malattia del marito: Edward Klosinski, direttore della fotografia noto in Polonia, che lavorò anche a vari film di Wajda (per esempio a L’uomo di ferro e L’uomo di marmo). Scoprì di avere il cancro mentre la moglie, l’attrice Krystyna Janda, stava girando questo film tratto dal racconto Tatarak (in polacco è il calamo, pianta che cresce lungo le rive dei fiumi) dello scrittore Jaroslaw Iwaszkiewicz. La malattia di Klosinski, raccontata dalla moglie, si intreccia con la vicenda della finzione: in una Polonia che soffre ancora per i morti della Seconda guerra mondiale, una donna vive in un piccolo borgo con il marito medico. Lui scopre che lei è malata di cancro, ma preferisce non dirle che le rimane poco da vivere. Nel frattempo lei si invaghisce di un ragazzo molto più giovane di lei: un’infatuazione che porterà a una tragedia.

Realtà e finzione si intersecano di continuo in Tatarak: vediamo la protagonista ricevere indicazioni sul set dal grande maestro Wajda, per esempio sul senso di morte che aleggia su tutta la vicenda a cominciare da questa pianta che lambisce le paludi. Vediamo appunto l’attrice che rievoca al presente, sempre più commossa – e commovente – l’amore per il marito, avviato verso il suo destino, e la sua sofferenza durante quelle riprese. E vediamo una finzione non meno commovente, nelle riflessioni sul dolore di un intero popolo e di persone che dentro quel dolore sono costrette a vivere, e a domandarsene ragione.

Ma realtà e finzione sono in questo film poco scindibili: nelle parti extra narrative – in cui vediamo registi, attori e tecnici al lavoro o nei monologhi “da camera” dell’attrice – comunque c’è un grado di artificiosità, perché non siamo in un documentario e tutti comunque “recitano una parte”. E nelle scene apertamente recitate, più cinematografiche e più vicine all’esperienza di spettatori, c’è una cognizione del dolore e della vita che ce le fa sentire più reali che mai (per esempio nel ricordo dei giovani soldati morti in guerra). Insomma, non siamo nel solito film che ci vuole insegnare quanta distanza ci sia tra vita e cinema.

Ma, come dicevamo, non c’è nulla di cerebrale e intellettualistico nell’operazione. Al di là di un “gioco” sulla narrazione e sui meccanismi comunque intrigante, per chi accetti la sfida di Wajda, il senso di Tatarak è la profonda riflessione sul dolore e sulla morte. L’attrice vive sulla sua carne il dramma che è chiamata a interpretare: per lei la malattia, la paura della perdita della persona amata non sono parole, ma una ferita lancinante. E per questo riesce a far vivere allo spettatore tutta la pienezza del suo dramma. Ma anche il valore eterno di un amore che neanche la morte può cancellare: come esemplificato dal gesto dell’attrice di continuare a chiamare il cellulare del marito per risentirne la voce.

Attraverso un dolore mai così vero Wajda – di recente autore del potentissimo Katyn, e ora alle prese con un film sulla vita di Lech Walesa – ci propone uno degli esempi più alti del suo cinema. Su tutti, un momento davvero indimenticabile nella parte finale: quando, in un bivio assolutamente drammatico, la protagonista non regge più al “ruolo” di attrice strappando il velo della finzione. E regalandoci un momento di verità in cui è impossibile resistere alla commozione.

Per tutti questi motivi sarebbe stato un peccato non far vedere questo grande e inconsueto film in Italia. Ed è per questo che con l’associazione Sentieri del Cinema, per quanto ci sarà possibile, abbiamo deciso di portarlo in giro per i cinema del nostro Paese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di Buio in sala