FILM DA RIVEDERE/ 1. Argo, Lincoln e Django Unchained per rivivere la notte degli Oscar

- Antonio Autieri

Anche quest’anno ANTONIO AUTIERI ci consiglia i film di questa stagione cinematografica che val la pena di rivedere in dvd o nei cinema all’aperto. Si comincia con i primi imperdibili

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Argo

Anche quest’anno ripercorriamo la stagione che si va a concludere con i suggerimenti per recuperare i 50 titoli per noi più significativi (nonostante alcune esclusioni, per fare numero tondo). Scelte soggettive e opinabili, ma speriamo utili a recuperare il meglio – o quel che a noi pare tale – in dvd o nelle tante rassegne, che siano nei cinema all’aperto che d’estate si riempiono o nelle sale che rimangono aperte tutto l’anno e che d’estate ripropongono qualche titolo dei mesi precedenti. Una premessa: il cinema è tutt’altro che in crisi, e ogni anno escono tanti film da vedere o addirittura da non perdere (altrimenti, non faremmo questa carrellata). Ma bisogna ammettere che due dei migliori film della stagione, che tiriamo fuori dal mazzo, sono riedizioni del passato. Uno dei migliori film di animazione dell’anno è Kiki – Consegne a domicilio del maestro Hayao Miyazaki, del 1989, già uscito in dvd anni fa ma ora riproposto in una versione ridoppiata e più fedele all’originale. Un bel film su una ragazzina che possiede arti magiche (vola a bordo di una scopa), in una profonda fiaba metaforica sul crescere; sarà uno dei titoli proposti al Meeting di Rimini, a fine agosto, nella rassegna curata da Sentieri del cinema. La miglior commedia in assoluto dell’anno è invece addirittura del 1942… Vogliamo vivere!, rieditato in lingua originale e sottotitoli con il suo vero titolo, To be or not to be: come parodiare il regime nazista che insanguinava il mondo con umorismo sottile e ritmo scatenante, dal genio (ebraico) di uno dei migliori registi della storia del cinema, Ernst Lubitsch. Nei pochi cinema dove è uscito è un successo da mesi: da recuperare assolutamente.

Imperdibili – Prima parte

Ma stiamo sull’attualità. E tra i film nuovi, il migliore, in questa stagione, ha giustamente vinto il premio Oscar principale: Argo di Ben Affleck, attore-regista sulla strada di Clint Eastwood. La storia vera di un agente della Cia che a fine anni ‘70 dovette tirar fuori sei addetti all’ambasciata Usa a Teheran, bloccati nell’adiacente ambasciata dei “vicini” canadesi, con uno stratagemma così geniale da sembrare inventato. Gran cinema, con una sceneggiatura che alterna dialoghi strepitosi (tante le battute da antologia; su tutte quella del capo dell’agente in incognito, «Tutta l’America ti guarda, solo che non lo sa…») e tensione costante. Con esaltazione della libertà di una grande nazione, di cui pure sono mostrate le contraddizioni. Ma anche una riflessione non scontata, né tanto meno superoministica, sul senso del dovere, con l’antieroe che lavora per il proprio Paese con la certezza che nessuno saprà mai delle sue azioni, né tanto meno lo ringrazierà. Con accenno, discreto ma toccante, al valore della famiglia.

Rivale agli Oscar del film è un altro capolavoro, pur con qualche difetto di tenuta narrativa: Lincoln di Steven Spielberg. Un po’ troppo lungo e a tratti faticoso, ma scintillante nell’uso dell’eloquenza retorica e con uno strepitoso Daniel Day Lewis nei panni del famoso presidente degli Stati Uniti, il film è un arguto saggio sul realismo in politica (per abolire la schiavitù, Lincoln usa ogni mezzo) che spazza ipocrisie e falsi idealismi. E un ritratto di un grande uomo mostrato anche nelle sue durezze personali (molto bello il rapporto con la moglie, minato dal dolore della morte di un figlio, e soprattutto con il figlio superstite più grande). Grandissimo anche Tommy Lee Jones nel ruolo di un senatore più intransigente sui diritti umani dello stesso Lincoln, che si allea in questa battaglia e che nasconde un segreto umanissimo capace alla fine di illuminare ancora meglio la sua azione. Il successo del film in patria era scontato, molto meno che anche da noi fosse tanto apprezzato.

Ambientato pochi anni prima e attesissimo dai fans del regista era Django Unchained di Quentin Tarantino, la versione pop, scatenata e violenta (anche se solo in due o tre momenti esagerata) della stessa storia antirazzista raccontata da Lincoln; gli anni sono più o meno gli stessi. Qui uno schiavo nero (Jamie Foxx) viene liberato da un dentista tedesco per farsi aiutare nella sua caccia di importanti taglie, e che in cambio promette il suo aiuto per liberare la moglie dell’ex schiavo. Citazioni a gogò di classici del western e non solo, un Leonardo Di Caprio cattivissimo come non si era mai visto, umorismo scatenato, violenza coreografata e toni da epopea; peccato per il finale in calando, con un massacro finale davvero evitabile (come un paio di scene eccessive). Ma Tarantino sa fare cinema come pochi, e per chi resiste all’ondata di sangue il divertimento è innegabile. Inferiore a Bastardi senza gloria (che era molto più emozionante, a tratti quasi straziante), film forse più sentito. Ma qui, sin dal titolo – come si vede dal cameo ammiccante del vecchio “Django” Franco Nero – l’obiettivo di Quentin era più cinefilo che mai.

Attesissimo era anche Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, prima parte di una trilogia che dilata il libro di Tolkien pre Signore degli anelli. Tanto idolatrato da numerosi fans quanto criticato da altri (per i troppi inserti posticci e le troppe lentezze della prima parte), e pur inferiore alla trilogia precedente davvero ineguagliabile, il primo capitolo dello Hobbit è una gioia per gli occhi, e riserva momenti da antologia. E complessivamente i personaggi sono poco delineati, almeno Bilbo Baggins giovane vale Frodo e Thorin non sfigura in confronto ad altri eroi del passato.

Infine, tra i titoli attesi e da premio dell’anno, una citazione la merita Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, che a oltre sessant’anni (portati benissimo!) si conferma regista muscolare e adrenalinica, ma anche sempre più sensibile. La sua agente Maya, che fa la dura ma soffre i metodi antitortura nella lotta al terrorismo, anche grazie a una Jessica Chastain sempre più brava entra sotto pelle, e i dilemmi sui limiti dell’azione in difesa del proprio Paese non sono certo banali come molti, anche negli Usa, hanno scritto: Bigelow non è né una ex pacifista rinnegata e “bushianamente” guerrafondaia (stessa accusa rivoltale per il precedente, stupendo, The Hurt Locker), né antipatriottica per aver svelato quel che tutti già sapevano. Ovvero che la guerra è una cosa orrenda, e che in guerra – come è quella al terrorismo, per quanto anomala – si fanno cose orrende.

 

(1- continua)

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