IL FIGLIO DELL’ALTRA/ Identità e appartenenza in un film che parla a ogni uomo

- Antonio Autieri

Al Meeting di Rimini c’è anche il cinema, con una rassegna di quattro film. ANTONIO AUTIERI ci parla del primo, che verrà proiettato stasera: Il figlio dell’altra di Lorraine Lévy

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Una scena del film

Anche quest’anno al Meeting di Rimini c’è il cinema. Meglio, la sala cinema: collocata nel padiglione D3, prevede quattro serate da oggi, lunedì 19 agosto, fino a giovedì 22, sempre alle 21.30. Organizzata in collaborazione con l’associazione Sentieri del Cinema (con presentazione e dialogo finale al termine delle proiezioni), la minirassegna sarà in sintonia con il titolo del Meeting 2013, “Emergenza uomo”; privilegiando quattro film poco visti in Italia, ma che di essere visti sono assolutamente meritevoli. Anzi, sono decisamente imperdibili. In ordine cronologico, saranno presentati al pubblico di Rimini i seguenti, recenti film: Il figlio dell’altra della regista francese Lorraine Lévy, il film di animazione Kiki – Consegne a domicilio del maestro giapponese Hayao Miyazaki, To the Wonder del grande e geniale autore americano Terrence Malick e Cosa piove dal cielo?, commedia sorprendente dell’argentino Sebastián Borensztein.

Approfondiamo qui l’opera con cui si debutta oggi, che cala il tema “emergenza uomo” in uno dei contesti più difficili e che come nessun altro tocca il tema dell’amicizia tra popoli, culture e religioni così caro da sempre al Meeting di Rimini: Il figlio dell’altra, film francese per produzione e regia, è infatti ambientato in Israele e mette in scena una storia paradossale nel contesto delle relazioni ostili tra le popolazioni palestinese e israeliana. Difficile non rivelare il colpo di scena, peraltro svelato quasi subito, su cui si poggia l’intera vicenda: chi preferisce vedere i film senza sapere nulla, interrompa pure la lettura…

Inizialmente vediamo il giovane Joseph che affronta gli esami per entrare nell’esercito israeliano. Gli esami fanno emergere qualcosa di anomalo: non una malattia, ma in realtà qualcosa di ancora più sconvolgente per i genitori; il figlio è stato infatti scambiato in culla – durante un’evacuazione dell’ospedale a seguito di un bombardamento – con Yacine, un coetaneo palestinese mandato a studiare medicina a Parigi e tornato a casa proprio negli stessi giorni. In tempo per dubitare anche lui che quella sia la sua vera casa, la sua vera famiglia…

La crisi di identità dei due ragazzi va di pari passo con le reazioni delle famiglie, inizialmente molto nette. I due padri reagiscono, in modo diverso ma comunque rigido, in crisi rispetto a un figlio che non sentono più loro; una rigidità maschile che diventa aperta ostilità da parte del fratello di Yacine, che – segnato anche dalla morte di un altro fratellino in un attacco israeliano – urla tutto il suo odio verso il fratello/non più fratello, prima amatissimo e adesso odiato come impostore (suo malgrado). Le madri, invece, pur sconvolte tendono in maniera naturale ad aprirsi a un figlio perduto che pure non potrà più essere davvero loro, ma che in qualche modo è stato comunque ritrovato. E anche quando le due famiglie si incontrano, per cercare di condividere in qualche modo – per il bene dei figli – un’esperienza da incubo, sono le madri a dimostrare apertura; eppure, come sono comprensibili quei due mariti/padri che si guardano in cagnesco, pronti a rinfacciarsi decenni di violenze due rispettivi popoli.

Perché le due famiglie sono inconsapevoli vittime di una guerra che continua contro ogni speranza e contro ogni logica umana. Ma nel corso della storia avverranno sviluppi ed evoluzioni personali. A partire – e qui vogliamo davvero fermarci a un accenno – ovviamente da Joseph e Yacine e al loro stranissimo rapporto. Che fa pensare a quel che potrebbe avvenire laggiù tra quei due popoli. E quel che può avvenire sempre di fronte a due persone distanti.

Perché il film va oltre il primo livello storico-politico e si interroga sulla questione dell’identità e dell’appartenenza, nonché sul naturale desiderio di pacificazione e accettazione dell’altro, in modo semplice e sorprendente. Quindi, si evita la descrizione di un conflitto con violenze e soprusi – se non fosse per quel Muro e quei posti di blocco, che generano angoscia – ma si approda a una riflessione universale.

Joseph e Yacine, e le rispettive famiglie, si ritrovano messi alla prova dalla vita in una circostanza davvero enorme e fuori dal comune. Ma confrontandosi con pregiudizi apparentemente inscalfibili, scoprono la propria totale libertà. Di considerare a fondo le scelte fatte e le convinzioni vissute fino a quel momento. Di attraversare il campo nemico e vedere davvero cosa c’è di là. E magari di avventurarsi verso una vita nuova, senza più facili certezze (quanti timori e incertezze in un percorso non facile), ma vertiginosa nelle sue infinite prospettive.

E facili certezze non le regala nemmeno Il figlio dell’altra, film prezioso per lo sguardo di profonda pietas dell’autrice verso i personaggi che racconta e per l’apertura al cambiamento dell’esistenza.

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