MORTO PIETRO MENNEA/ Bragagna: due ricordi dell’uomo che è stato il motivo della mia passione (esclusiva)

- int. Franco Bragagna

FRANCO BRAGAGNA, voce dell’atletica italiana, ha commentato in esclusiva la morte di Pietro Mennea: ha ricordato due episodi che identificano in pieno la forza dell’atleta di Barletta.

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Ha scioccato tutta Italia, e non solo. Si è spento a quasi 61 anni l’ex atleta italiano, che tutti ricordano per l’oro olimpico sui 200 metri a Mosca 1980, e per il record del mondo di Città del Messico un anno prima; un record che quando fu battuto, 17 anni più tardi, era quello che nel mondo dell’atletica durava da più tempo. Ma Pietro Mennea era più di questo: è stato un esempio e un simbolo per tutto lo sport italiano, non soltanto per chi corre in pista. Recentemente era anche entrato in politica e si era dato al calcio; oggi tutti gli sportivi d’Italia hanno voluto omaggiarlo e ricordarlo, ognuno con il suo stile e il suo modo, ognuno portando un aneddotto, un momento, una suggestione da condividere con tutti. Lo ha fatto anche Franco Bragagna, storico commentatore dell’atletica per la Rai. Ecco le sue parole, in questa intervista esclusiva rilasciata da Ilsussidiario.net.

Chi è stato per lei Pietro Mennea? Vista la mia età Pietro Mennea è stato il motivo del mio tifo; io mi sono “ammalato” di atletica per Pietro Mennea e Sara Simeoni. La sintesi di cosa hanno rappresentato questi due personaggi per lo sport italiano fu la canzone di Samuele Bersani “Che vita”, quando furono avversari in politica anche se poi sono rimasti sempre amici. In particolare, di Pietro ricordo due situazioni.

Ci dica. Alla prima ero presente da tifoso: campionati europei indoor del 1978, all’allora Palazzone di San Siro. Pietro fece i 400 metri, che al coperto sono su due giri. Dopo il primo giro fu urtato e buttato fuori pista. Sembrava che assolutamente non potesse farcela a vincere; era quello il suo obiettivo minimo, e sembrava finita. 

Invece? Lui fece un giro molto più largo di quello che doveva fare e stravinse. Fu la dimostrazione e la parabola di quello che fu lo sport per lui: farsi avanti e far valere lo spirito indomito dell’uomo del Sud. Contro tutti, contro tutte le difficoltà. Io mi trovavo in compagnia di un simpaticissimo neozelandese sordomuto…

Cos’è successo? Lui pur essendo sordomuto riusciva a comunicare e farsi capire: ci abbracciamo pur essendo due perfetti sconociuti, o quasi; avevamo in comune solo la passione e il fuoco sacro per questo sport. 

La seconda occasione? 

Mi colpì dal punto di vista personale, perchè fece a me e alla persona di cui parlerò un regalo meraviglioso. A Grosseto, nel 2004, c’erano i campionati del mondo juniores; io da tempo facevo il telecronista. In quell’occasione il ragazzo che più si pose all’attenzione era Andrew Howe. Fece un tempo strepitoso, e proprio su quei 200 metri che prima erano stati di Livio Berruti e poi di Pietro Mennea. Il giorno dopo avevo Andrew Howe in studio, e…

 Mi misi d’accordo con Pietro Mennea per fare ad Howe una sorpresa: lui aveva detto che gli sarebbe piaciuto conoscere Pietro, perchè non l’aveva mai incontrato ma per quello che gli avevano detto rappresentava per lui un’ispirazione e una sorta di idolo sportivo. Mennea era molto schivo, sapete: da tempo era fuori dalla scena, tanto da non aver rilasciato interviste quando Michael Johnson battè il suo record del mondo. 

Ma quella volta accettò? Per promuovere l’atletica e fare un favore a questo ragazzino allora promettente, si fece vivo e disse: “Sono Pietro Mennea”, con la sua inconfondibile voce. Andrew Howe era così commosso che andò molto vicino alle lacrime. Gli fece un regalo incredibile, sentire la voce di una leggenda come Mennea fu la ciliegiona sulla torta. 

Lei dal vivo quante volte ha avuto modo di vederlo? Cinque o sei volte; facevo questo mestiere in piccole radio locali. Quando ho iniziato a commentare l’atletica lui aveva smesso da 7-8 anni, se non per un ritorno “a orologeria” per fare il portabandiera; Pietro smise seriamente di fare atletica nel 1984.

Ovviamente parlando di lui viene in mente quel 19”72 e l’oro di Mosca… Qui vado controcorrente: naturalmente è facile ricordarlo per quel record che durò 17 anni e che era, nel 1996 quando fu battuto, il più longevo dell’atletica. Pietro Mennea però è andato oltre: quel record è andato anche a cercarselo, perchè a 2240 metri dove in teoria è un po’ più semplice correre. Più tardi però ebbe anche un primato del mondo a bassa quota.

In che occasione?

Fece un 19”96 più tardi, curiosamente e simpaticamente sulla pista della sua città, Barletta, dove quando lui cominciò non c’era una vera e propria pista. Quello stadiolo e quella pista c’erano perchè Barletta aveva “prodotto” Pietro Mennea. Dunque lui fece quel tempo, che per qualche anno fu il miglior risultato sul livello del mare; e fece il 19”72 a Città del Messico. Ma al mondo ha insegnato una cosa più importante.

Cosa? Prima di Pietro Mennea, i velocisti a 25 anni smettevano, e qualcuno anche prima. Un po’ perchè non c’erano soldi, e dunque gli americani andavano a fare i professionisti nel football americano o in altre discipline. Lui invece insegnò al mondo come allenandosi in una certa maniera, con tenacia e testardaggine, un velocista poteva esprimersi fino a ben oltre i 30 anni. 

Un bell’insegnamento… Sì, ai posteri della velocità; e ha poi ricordato che a vederlo non sembrava certo un atleta da medaglia olimpica. Aveva un talento strepitoso: qualcuno oggi racconta che Mennea non aveva questo grande talento…

Non è vero? No: non si vincono medaglie nella velocità se alla base non sei baciato straordinariamente dalla natura. Mennea però quel talento l’ha migliorato in maniera decisiva, anche perchè in allenamento era quasi indistruttibile: il suo allenatore Carlo Vittori lo sottoponeva a stress metodologici mostruosi, ma mentre aveva massacrato altri atleti promettenti, Pietro era indistruttibile come volontà e struttura fisica, a prova di super allenamenti.

 

(Claudio Franceschini)



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